Condannati gli stilisti Dolce e Gabbana ma per l’accusa sono innocenti

Nonostante poco più diunmese fa il procuratore generale di Milano ne avesse chiesto-quasiurlato- l’assoluzione, ieri Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati condannati in secondo grado per elusione fiscale. Un anno e sei mesi per omessa dichiarazione dei redditi per 200milioni di euro. Il reato: avere usato una società lussemburghese per la gestione delle royalties dei marchi. La condanna, se confermata dallaCassazione (cui farannoappello gli stilisti), sarà destinata a entrare nella storia. Anche perché per la prima volta oltre agli amministratoridella società è stato condannato il commercialista che per D&G ha organizzato la struttura societaria. Un evento che apre una strada nuova nelle relazioni tra cliente e fisco da parte deiprofessionisti. PerLuciano Patelli inizialmente i pm avevano chiesto una pena superiore a tutti gli altri co-imputati.Di fatto c’è stato un processodentro ilprocesso.Unmessaggio all’intera categoria dei consulenti fiscali. Aiutare a evadere o anche semplicemente a ottimizzare la struttura fiscale può voler dire finire in galera. Pure Price Waterhouse Coopers , che ha calcolato il valore deimarchi da acquisire in 360 milioni di euro, è finita nella graticola mediatica e processuale. PWC non è mai stata coinvolta nel processo se non come testimone.Ma la cifra pagata da GadoSA, la società lussemburghese,agli stilisti per prendere la gestione dei marchi è stata corretta dall’Agenzia delle Entrate in 1,193 miliardi durante l’accertamento che sette anni fa ha fatto poi scattare l’inchiesta penale. Praticamente l’Erario ha ripudiato il lavoro di PWC triplicando il valore dei marchi. Anche questo è un fatto di rilievo destinato ad aprire nuove incertezze in una panorama come quello fiscale fatto diinterpretazioni di norme e di vuoti interpretativi. Tanto più che processo ha visto cadere parte delle accuse, a dimostrazione che il reato di abuso di diritto ha deimargini così ampi da rendere ancora oggi poco chiaro persino agli esperti che cosa sia legittimo fare e cosa non lo sia. Eppure ieri i giudici non hanno avuto dubbi. Nel giugno 2013 gli stilisti vengono condannati in primo grado a un anno e otto mesi per omessa dichiarazione dei redditi, ma assolti per il reato di dichiarazione infedele. L’1 aprile 2011 il gup diMilano, Simone Luerti, a sua volta assolve tutti i sette imputati «perchè il fatto non sussiste>. Secondo il gup, tutti i passaggi che portarono alla creazione dellaGado furono compiuti «alla luce del sole». La sentenza viene poi impugnata ametàmaggio inCassazione dalpm. A novembre dello stesso anno la Cassazione annulla il proscioglimento dei due stilisti e degli altri imputati, rinviando gli atti al gup.L’elusione fiscale, secondo la suprema corte,può assumere in determinaticasi rilevanza penale. Come dire, anche se è alla luce del sole, chi cerca di risparmiare sulle tasse può essere punito. Così a gennaio del 2012 i due stilisti sono condannati a pagare 343milioni dimulta al fisco. A questo punto riparte ilprocessopenale. Si salta l’udienza preliminare e inmeno di un anno arriva la condanna di primo grado. Praticamente inconcomitanza con il procedimentotributario, dove viene confermata la cifra dei 343 milioni stabilita dal tribunale ordinario. A questo punto scatta un colpo di scena. L’Agenzia delle Entrate si costituisce parte civile e chiede 10milionidi euro di danni d’immagine. Meno di un anno dopo, lo scorso marzo,ilpg SantamariaAmatonel chiederne l’assoluzione ribalta il concetto. Ildanno – sostiene – incaso è stato subitodaDolce e Gabbana. «Una condanna penale sarebbe in contrasto con il buon senso», afferma il magistrato. La costituzione della società in Lussemburgo, infatti,non configuravaun u reato perché «l’ottimizzazione del regime impositivoè lecita» e le giustificazioniportate dai testimoni nel dibattimento di primo grado sono state «ottime, complete e non fantasiose», afferma il pg. Perpoi, sottolineare che nel 2004 Dolce e Gabbana «pensavano in grande, come conviene a un gruppo del genere», meditavano di quotarsi in borsa e avevano scelto il Lussemburgo perché «c’è una borsa vivace, una situazione fiscale vantaggiosa che può attrarre capitali e il paese ha molti trattati bilaterali sulla doppia imposizione fiscale>.E chiude la requisitoria addirittura citando Fiat: «Posso aspettarmi un intervento suMarchionne e sulla Fiat quando verrà trasferita in Olanda? ». Insomma, giudizi distanti quanto la terra e luna. Così distanti da confondere le idee. Chissà l’ennesima Cassazione come si pronuncerà.