Carlo Verdone: Suona la chitarra elettrica, colleziona dischi, foto e autografi. «Il più grande? Jimi Hendrix»

Cattura

Più che di un regista, quella di Carlo Verdone sembra la casa di un musicista. Chitarre, cd, foto di cantanti (molte autografate) sparse ovunque. Nel suo studio c’è perfino un vecchio manifesto americano dei Beatles, che il padre, all’epoca, chiese alla stessa tipografia di ristampare aggiungendo uno scherzoso «with Carlo Verdone». Un falso autentico che ora sta davanti alla sua scrivania. «Mi fece un bellissimo regalo» racconta «però oggi, dico la verità, quasi quasi mi dispiace: non poteva lasciarlo com’era?». Sono stato altre volte in casa Verdone, ma mai nella stanza più segreta: il suo studio. «Qui dentro i fotografi non sono mai entrati». Sopra la scrivania, su cui il regista rivede copioni e contratti, c’è un computer, ma anche il classico vecchio pennarello. Che sotto il suo naso diventa subito una piccola gag per il fotografo. Sopra la sua testa spuntano tanti libri e alcuni premi; di fronte a lui, oltre al manifesto dei Beatles, la copertina di «Aladdin Sane» di David Bowie, con dedica autografa, e varie foto ricordo. La passione per la musica si respira ovunque. Sfoglia con me una raccolta di vecchie foto. Ecco Jimi Hendrix, «il più grande», e Scott Walker, «il mio cantante preferito». Nel salone ci sono tre chitarre. L’ultima arrivata è una Fender nera di fabbricazione messicana. Me la mostra con orgoglio ed entra nel discorso tecnico, da intenditore: «Questa chitarra ha la particolarità di due magneti con la stessa potenza, una cosa che i puristi non accettano, ma ha un suono più cattivo, alla Who». La suona, ovviamente, non la tiene lì per bellezza. Si esibisce anche per il nostro servizio fotografico. Però, con il suo tipico misto di gentilezza e timidezza, si scusa subito del suono. «Abbiate pazienza, è un po’ scordata». Qui le foto autografate si sprecano. Ritraggono amici e maestri incontrati in tanti anni. Del cinema, ovviamente, da Troisi ad Akira Kurosawa, ma anche e soprattutto musicisti, nomi che forse poco dicono alle nuove generazioni, ma che hanno fatto grande il rock: vere e proprie pietre miliari. Ecco il vecchio Jeff Beck, e l’amatissimo David Sylvian; seminascosta c’è una dedica con un pennarello in cui decifro la firma di Lou Reed, appena scomparso. Sopra il tavolo di lavoro è appeso un quadro di Yoko Ono, dedicato al marito John Lennon. A terra aspetta, ancora incartata, una foto d’autore in bianco e nero che ritrae Jimmy Page dei Led Zeppelin mentre suona la chitarra con un archetto da violino. «L’ho comprata a Londra. Mi fa impazzire. Ma come gli sarà venuto in mente…». La famiglia è una cosa seria In realtà l’occasione per cui dovevamo incontrarci è cinematografica. Tra poco arriverà in sala il suo ultimo film, «Sotto una buona stella», su un broker che perde il lavoro. «Volevo raccontare uno scontro tra padre e figli, e quella del broker era la professione giusta per uno che lavora 20 ore su 24, e pensa di togliersi i sensi di colpa verso la famiglia dando loro denaro. Finché la nuova compagna scappa e i figli sono costretti a tornare da lui». Pure Verdone è separato e ha due figli, ma lui giura che è solo una coincidenza. «Sono un maschio e una femmina, sì, ma ringraziando Dio non è una storia autobiografica. Parlo spesso di famiglie perché è un tema importante, che va esplorato seriamente». Ma nella vita privata, tra «giovani» e «vecchi» Verdone rottamerebbe i secondi. «Me la prendo più con la mia generazione:siamo diventati delle persone aride che non sono più in grado di ascoltare gli altri. Il mio personaggio alla fine rimane solo. Per fortuna c’è la Cortellesi, una vicina di casa, sola pure lei… Due anni fa, a “Zelig”, le ho detto in diretta: “Paola, sei molto brava, sempre più sciolta, autorevole, fai con me il mio prossimo film”. “Ma de corsa!”, ha risposto lei. Il personaggio di Luisa l’ho scritto per lei. È una che risana le aziende, una che licenzia, ma avendo i sensi di colpa cerca ai licenziati dei nuovi lavori. È stata una compagna magnifica, mi ha stupito». All’estero? No, io resto qui Alla fine di «Sotto una buona stella», i figli decidono di lasciare l’Italia. «Non faccio che vedere amici che si rifanno una vita fuori. A Londra, in Canada, in Finlandia. Uno, laureato, è andato a fare il cuoco in Arabia Saudita, guadagna 6.000 euro al mese! Un altro amico è in Svizzera, disoccupato, e gli danno 3.500 euro al mese; per un anno solo, però. Perfino Plastino, il mio sceneggiatore, sta a Berlino; ci facciamo grandi chiacchierate su Skype. Io consiglierei a tutti di battersi per rimanere, ma li comprendo, soprattutto i più giovani: se non riesci qui devi cercare la fortuna altrove. E l’Italia no, non è un Paese per giovani». Ci spostiamo sulla bellissima terrazza; siamo alle pendici del Gianicolo, proprio sopra Trastevere. Da qui si vede tutta Roma, dall’Altare della Patria al gazometro. Un paio di strade più sotto c’è il Fontanone dell’Acqua Paola. Ci arriviamo a piedi. Un paio di militari riconoscono Verdone e sorridono, ma sono in servizio e non si avvicinano. Da questo Fontanone parte il film di Sorrentino, ora in corsa per l’Oscar; Verdone è uno dei protagonisti, nei panni di uno scrittore sfortunato. «Sorrentino e il produttore sarebbero contenti che andassi anch’io alla serata di Hollywood, ma che ci vado a fare? Per apparire nei tg italiani? No, il tappeto rosso appartiene a loro, io rimarrò qui a fare il tifo. Un tifo sfrenato, ci mancherebbe altro, “La grande bellezza” è stata un’esperienza che non mi ricapiterà mai più». Non dica così, Verdone. «No, è proprio così. Chi fa la commedia non ha nessuna chance di arrivare agli Oscar, quindi mi prendo questo bel regalo del destino».