Carlo Verdone: “Mi pento ancora di aver dato quello schiaffo a mio figlio”

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E lei, Verdone, che padre è? La domanda viene spontanea: il prossimo film di Carlo Verdone, che vedremo in febbraio e che dovrebbe intitolarsi Sotto una buona stella, parlerà proprio di questo, del rapporto padre-figlio. «Un buon papà, credo», risponde il regista senza pensarci su troppo. «Lo dico con umiltà ma anche con sicurezza: i miei figli mi vogliono bene e me lo dimostrano». Inutile, dunque, scandagliare la trama della prossima commedia, la storia di un padre separato e assente che aH’improvviso resta vedovo e realizza di non aver mai costruito un rapporto vero con i suoi ragazzi: «Non ci sono riferimenti autobiografici, per fortuna », assicura Verdone. Di fatto, con questo film il regista torna a posare lo sguardo sui rapporti familiari per raccontare come sta cambiando la società. Ha un proposito ambizioso, fare sociologia del sorriso. Scrivere sceneggiature che sono uno spaccato di realtà e poi, con un colpo di genio, trasformarle in spassosi film che ci rispecchiano. Verdone, Vabbiamo vista nei panni di un fidanzato coatto; nel ruolo d i un marito sfibrato a caccia d i incontri antidepressivi; nella parte del critico rock intrappolato in un tira e molla amoroso. L’anno scorso è stato un uomo separato che ritrova se stesso. Perché sta volta si occupa d i paternità? «Mi sono accorto che i rapporti familiari sono diventati un’emergenza sociale. Questa vita che stiamo conducendo è all’insegna della nevrosi, della preoccupazione costante per il lavoro, per il futuro dei nostri figli, per la politica. Questo clima ha inquinato ovviamente anche le dinamiche familiari, non percepiamo più le mura domestiche come un rifugio. Ecco, io sono convinto che soltanto il dialogo vero può ristabilire un contatto profondo tra genitori e figli e far sentire entrambi meno soli. Oggi la famiglia è l’unica vera fortezza che ci resta, non abbiamo nessun’altra certezza».

Il dialogo, però, non si improvvisa. Così come la fiducia e la stima d i un figlio: vanno guadagnati sul campo. «Certo. I nostri figli devono poterci stimare, altrimenti da dove si comincia a costruire? I rapporti sono in crisi perché aggiorniamo le relazioni come le applicazioni di un cellulare. Consumiamo in fretta, anche nei sentimenti, e questo porta al disastro affettivo e all’infelicità nelle famiglie. Bisogna fermarsi e investire tempo, fatica, pensieri ed emozioni. Dobbiamo trovare questi momenti». Qual è l’errore più comune che lei vede nei rapporti tra genitori e figli? «Non si dialoga e non ci si ascolta. Si arriva a casa dal lavoro stanchi morti e non si ha voglia di parlare di cose importanti. Spesso i genitori si limitano a fare i presidi, “questo si fa, questo non si fa”, ma non basta. La comunicazione è un rapporto di fiducia che si costruisce nel tempo. Serve buon senso e poi ci dev’essere l’autentico piacere di essere una famiglia. Vanno creati e protetti momenti in cui si è famiglia. Una volta le cene e i pranzi erano sacri, oggi uno si alza prima, l’altro gioca col telefono, l’altro arriva tardi… Non coltiviamo momenti di ritrovo». E lei, che errori pensa d i aver commesso? «Quando i miei figli avevano circa dieci anni mi resi conto che stavano manifestando segnali di disagio. Erano molto taciturni, si appartavano, mi pareva che non stessero mai bene in nessun posto. Io all’epoca ebbi la fortuna di rivolgermi al grande Bollea (iGiovanni Bollea,“padre” nella neuropsichiatria infantile, ndr). Andai da lui due sole volte e mi disse: “Verdone, porti un quaderni no e prenda appunti”. I suoi furono consigli saggi: mi disse di viaggiare molto coi miei figli perché questo avrebbe consentito loro di avere un padre “normale”, non la celebrità che appartiene a tutti e che firma autografi. Fu importante partire e scoprire il mondo insieme. All’epoca ero già separato e Bollea si raccomandò di proteggere i miei figli non parlando loro assolutamente della mia vita privata. Mi insegnò a dedicare a Giulia e Paolo ogni giorno uno spazio, anche piccolo ma costante e con un tempo di qualità. Io presi due anni sabbatici e girammo gli Stati Uniti, l’Europa, il mondo arabo. Fu bellissimo e io ritrovai i miei figli».

Perché? Li aveva persi? «Faccio il regista, lo scrittore e l’attore: que ste tre voci assorbono quasi tutta la mia vita. Sono un uomo che ha vissuto per il suo lavoro ma ne è stato risucchiato. Non mi ero reso conto che davo tanto al pubblico e poco alle persone più care. Tornavo tardi la sera, stavo via per lunghi periodi, la domenica lavoravo… Ho dovuto rivedere le mie abitudini perché ho capito che stavo sbagliando e rischiavo veramente di perdere i miei figli». Che p adre è diventato, nel tempo? «Sono un padre presentissimo, pure un po’ rompi… (ride) Qui a casa mia c’è una stanza per i miei ragazzi sempre pronta e se decidono di venire a trovarmi, io faccio saltare tutti gli altri impegni e sto con loro. Quando mi sposto per lavoro li invito a raggiungermi per girare i luoghi in cui vado. Ci divertiamo tanto insieme. Unire lavoro e famiglia è qualcosa che mi ha insegnato mio padre: lui teneva molto a portarmi alle sue conferenze sul futurismo e sul teatro d’avanguardia. All’epoca mi annoiavo, poi ho capito che aveva ragione. Grazie a lui ho visto posti bellissimi e ho imparato a parlare in pubblico». Quale degli insegnamenti ricevuti da suo padre ha riproposto a i suoi figli? «Mio padre col suo esempio mi ha insegnato ad avere disciplina nello stile di vita, ad avere un’etica. E importante con quanto impegno lavori, come tratti gli altri, con quanto rispetto ti rivolgi ai figli, come ti comporti. I nostri ragazzi ci guardano e imparano da quello che facciamo, non da quello che ripetiamo come un disco rotto». Nel stio libro, La casa sopra i portici, lei racconta che a l liceo la bocciarono e suo p a dre, sebbene fosse se vero, la stupì per come si comportò. «Fui bocciato per motivi disciplinari perché mi ribellai a un’ingiustizia lanciando un libro contro una professoressa. Mio padre si arrabbiò moltissimo e per due settimane non ci parlammo.

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