Carlo Lissi: “La mia famiglia era un ostacolo”

carlo_lissi_cristina_omes_fotogramma

Euesta è una storia emblematica della ferocia che può trasformare un essere umano in un mostro. Il 14 giugno Carlo Lissi, giovane informatico, a Motta Visconti, nel Milanese, ha sgozzato la moglie Cristina Omes e i due figli, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi. Dopo la strage, si è lavato con cura dal sangue di cui era coperto, poi ha raggiunto un gruppo di amici per assistere alla partita Italia-In- ghilterra, esultando di fronte alla vittoria della Nazionale. Quindi è tornato a casa e, fingendosi disperato, ha raccontato ai carabinieri di aver trovato i cadaveri dei suoi cari, uccisi durante una rapina, visto che dalla cassaforte mancavano gioielli e denaro. Ma si trattava di una messa in scena. Era lui l’autore del crimine. Con un particolare odioso: Lissi, prima di infierire su Cristina, aveva a- vuto un rapporto intimo con lei. Un gesto oltraggioso, che richiama alla mente il bacio di Salvatore Parolisi alla moglie Melania, poco prima di ucciderla. Carlo Lissi ha confessato, implorando il massimo della pena, forse per assicurarsi l’attenuante del pentimento. Poi ha rivelato di essersi invaghito di una collega di lavoro che lo respingeva, sapendo che era sposato. «Il matrimonio, per me, era diventato una gabbia», ha detto. E alla domanda del giudice che gli chiedeva per quale motivo, per uscirne, non avesse pensato al divorzio, ha risposto: «Non avevo il coraggio di chiederle la separazione. E poi, anche con il divorzio, i figli restano». «Carlo, perché?», era stata l’ultima domanda della moglie, quando lui, afferrandola alle spalle, dopo l’amore, aveva incominciato a colpirla. Ma il suo grido straziante non ha fermato l’assassino. Dopo essersi accasciata sul pavimento, Lissi l’ha colpita ancora. Per poi ammazzare anche i figli, sorpresi nel sonno. La strage ha distrutto un’intera amiglia. Come è accaduto in molti altri casi, quando le pareti domestiche nascondono un insospettabile inferno quotidiano. Tanto che chi uccide, di solito, viene descritto da amici e vicini di casa come una persona “normale” e, a volte, persino “dolce e gentile”. «Certi giudizi si spiegano con il fatto che molte famiglie simulano la serenità per mascherare conflitti e rancori, riuscendo a ingannare gli altri», dice a Nuovo la criminologa Roberta Bruzzone. A lei, sempre rigorosa nelle sue analisi, senza perdere mai di vista il fattore umano, chiediamo di spiegare quell’ultimo grido di Cristina: «Perché?». «Coloro che compiono una strage familiare non sono pazzi come si potrebbe credere», afferma l’esperta. «Sono semplicemente criminali feroci, chiusi in un estremo narcisismo e in un radicato egoismo. La molla distruttiva scatta quando vedono nella famiglia un ostacolo al raggiungimento dei loro scopi. E per questo va eliminata, come quando si getta via un vecchio elettrodomestico. Nel caso di Lissi, a fare scattare la furia omicida è stato l’innamoramento per un’altra donna. Le statistiche dimostrano che gli autori di certi delitti sono soprattutto uomini incapaci di accettare il divorzio: sarebbe la soluzione più semplice per uscire dalla “gabbia” di un matrimonio infelice, ma li porterebbe ad affrontare altre difficoltà da cui fuggono per immaturità e vigliaccheria». Così, nel quadro di una totale mancanza di affettività di segnato dalla Bruzzone, in cui le vittime sono considerate zavorra ingombrante da cui liberarsi, è inevitabile cercare una spiegazione per il fatto che Carlo Lissi abbia ucciso la moglie dopo aver fatto l’amore con lei. «Il gesto è lo specchio del cinismo dell’uomo», spiega la criminologa. «Infierire sulla moglie dopo un momento intimo di abbandono va considerato il più orribile dei tradimenti», aggiunge. E precisa: «C’è una base di calcolo, perché, secondo me, Carlo Lissi deve aver pensato che la scoperta da parte degli investigatori di un atto sessuale consumato poco prima del delitto potesse scagionarlo. Per un soggetto del genere, non vedo la possibilità di un recupero. Certi criminali non hanno la struttura interiore per un pentimento sincero e potrebbero commettere altri delitti. Mi auguro, quindi, che Lissi, avendo chiesto il massimo della pena per le sue colpe, venga accontentato».