Brad Pitt e la saga sugli schiavi: spiego il razzismo ai miei figli

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«I compleanni da tanto tempo per me sono un giorno come gli altri. Mi rendono comunque felice per tutto ciò che ho dalla vita, specialmente se la mia truppa di ragazzi e Angelina possono stare con me», dice Brad Pitt. In America la chiamano «l’arte di essere Brad». Perché l’ex ragazzo dell’Oklahoma che il 18 dicembre compirà 50 anni, non è solo un divo liberal ma è impegnato in mille altri fronti. E piace. In questi giorni gira a Londra Fury, ambientato nel periodo nazista. Ma è al centro dei riflettori soprattutto come co-produttore di 12 anni schiavo, il film già favorito agli Oscar. Racconta la vera storia di Solomon Northup, violinista rapito e costretto a lavorare nei campi della Louisiana a metà dell’Ottocento. Una saga afroamericana che ha vinto il Festival di Toronto e ha il record di candidature (sette) ai Golden Globes. Film non facile. Un pugno allo stomaco che mostra fino a che punto può arrivare la crudeltà umana. Che cosa l’ha spinta a battersi per produrlo? «12 anni schiavo è un film contro ogni forma di discriminazione e di emarginazione sociale. Queste lacerazioni ancora oggi corrodono le nostre vite. Sarei felice soprattutto per questomotivo se si affermasse ai prossimi premi. In questo periodo non è il solo film sulla lotta per l’integrazione dei neri. Vorrei ricordare Butler e il magnifico grido antirazzista di Fruitvale Station». Lei si è riservato un piccolo ruolo… «Amo moltissimo il personaggio del mio falegname che alla fine costruisce con il protagonista una casa di legno: un gesto che rappresenta la libertà. Interpreto un artigiano che viene dal Canada, dalla democrazia più vera già allora. A Toronto il pubblico applaudiva a scena aperta davanti a quella scena. Sono stato felice in quei momenti di consensi: non dobbiamo mai dimenticare questi valori». Lei alterna film spettacolari ad altri d’autore e di massima qualità. Una strategia? «Scelgo i copioni che mi interessano e anche quelli che possono catturare l’attenzione e il divertimento dei miei figli, come è accaduto per World War Z sugli zombi. Il box office è importante specialmente oggi, tempi in cui si girano meno film. Ma io sono fiero di aver prodotto The Tree of Life di Terrence Malick, L’assassinio di Jesse James, Moneyball e tanti altri. Considero questi titoli i miei fiori all’occhiello, tutti propongono temi esistenziali e coraggiosi. E nel cuore ho sempre Lo straordinario caso di Benjamin Button». I suoi figli su quel set, vedendolo vecchio e con le rughe, non batterono ciglio… «Vero. Essere per loro solo il papà mi rende ricco, realizzato, totalmente interessato a quello che fanno». Con Angelina e i ragazzi vi siete riuniti, abituati come siete a viaggi continui, per l’anteprima a Londra di «Maleficent»… «I tempi moderni permettono di muoversi con facilità. E nessuno di noi voleva perdersi Angelina nei panni di una strega. Siamo esperti di trasferte in massa non solo per impegni cinematografici, ma anche per battaglie sociali. Angie era appena stata con me a Hollywood per ritirare l’Oscar alla carriera per i suoi impegni umanitari». Lei ha avuto molto dal suo lavoro e sembra ora volerlo sempre più diversificare. Tuttavia spesso dichiara di sentirsi limitato nei ruoli di attore e produttore… «Perché il cinema per me non è mai stato tutto. Ho profondi interessi in campo architettonico, sociale. La mia vita è ricca di amici e sono sempre felice quando sto con i miei ragazzi e li vedo crescere e cerco di rispondere alle loro domande ». Come spiegherà o ha già spiegato a tutti loro «12 anni schiavo»? «Quando siamo a New Orleans o in Africa, luoghi che tutti noi amiamo, si parla di razzismo, segregazione, di ciò che è stato l’apartheid, del valore di sentirsi fratelli, senza etichette per il colore della pelle e i ruoli sociali. Questo film dice molto a tutte le età, le razze, a chi ancora oggi compie soprusi e a chi li subisce. La prima cosa che ho spiegato ai miei figli, che erano con me e Angie mentre lo giravo in Louisiana, è stata: è tratto da una storia vera, è un grido per la sopravvivenza e la libertà. Perché si vendono schiavi ancora oggi. È fondamentale parlare di questo con i nostri figli. Anche se per fortuna oggi a scuola bambini neri, bianchi o meticci crescono e studiano sugli stessi banchi. E nessuno scende dall’autobus se sale un bimbo nero».