Boss in Incognito: Nel mio nuovo reality travesto i dirigenti e li metto a lavorare con i loro operai, ignari di tutto

Boss in Incognito

con sguardo sornione Costantino della Gherardesca annuncia che il 27 gennaio tornerà per quattro prime serate su Raidue a condurre «Boss in incognito», un programma tutto nuovo per l’Italia (ma non per il resto del mondo). Una sorta di reality girato in fabbrica. In ogni puntata il «boss» di una diversa azienda starà a contatto con i propri dipendenti. Ma senza farsi riconoscere. Costantino è dietro le quinte: lui parla solo con il boss ed è la voce narrante della storia. Conosceva il programma? «Ho visto l’ultima edizione americana, la quinta, e addirittura mi sono commosso. Forse perché in quel momento seguivo una dieta ipocalorica». Che cosa ci sarà mai da piangere per un capo d’azienda che va a lavorare con i suoi dipendenti? «L’impatto è forte. Ti rendi conto della bontà e della buona fede del boss. All’inizio magari partecipa al programma per farsi pubblicità, ma poi c’è una sorta di catarsi, di cambiamento». Come è possibile che i dipendenti non riconoscano il loro capo? «Se un’azienda è grande, non è facile avvicinare il boss. E poi c’è il “make over”: lo mettiamo in incognito, lo trucchiamo, lo trasformiamo. E non è detto che un uomo di alta società vestito da operaio non migliori, anzi…». Ce lo vede Marchionne alla catena di montaggio della Fiat? «Se lo avesse fatto sarebbe stata una cosa positiva per gli operai». O Montezemolo a verniciare le Ferrari? «In Italia c’è ancora una struttura a piramide, molto antiquata. In Svezia e in America i boss frequentano molto di più i loro dipendenti, i loro uffici non sono irraggiungibili. Un Montezemolo svedese si mischierebbe sicuramente con i suoi dipendenti». Insomma, una specie di «Grande Fratello» in azienda. «In realtà no. Come “Pechino Express” è un nuovo tipo di reality. Qui le persone sono l’esatto contrario dei concorrenti del “Grande Fratello”, che vogliono esibirsi, vogliono la celebrità senza fare nulla. Qui c’è gente che ha responsabilità, il loro obiettivo è che il lavoro vada bene». Vedremo anche cosa dicono gli operai dei datori di lavoro? «A volte gli operai parlano male dei datori di lavoro davanti al boss e spiegano perché le cose non vanno. Se viene sgridato, il boss deve beccarsi le critiche. Solo alla fine del programma affronta i problemi con gli operai». Licenziandoli? «In un’azienda americana che distribuiva cibi e bevande un impiegato si è fumato uno spinello e a fine puntata è stato redarguito e mandato in un centro di recupero. Ma la cosa più grave è quando qualcuno mette a repentaglio la sicurezza degli altri lavoratori». Il suo primo boss chi è stato? «In televisione, Antonio Marano. Quando arrivai a “Chiambretti c’è” era direttore di Raidue, ci sono uscito a cena». Le faceva paura? «Ho sempre paura, se domani mi dite “Vai a cena con Mario Monti” un minimo di soggezione mi viene. È gente istituzionale che tratta argomenti importanti… Io sono un pagliaccio di alto bordo». Il boss che vorrebbe avere? «Ho scoperto che c’è una multinazionale, in Belgio, che si occupa di produzione di gelati e lì c’è il designer di gelati: un lavoro che mi piacerebbe. Il mio boss ideale è in quell’azienda». Ha mai lavorato in incognito? «No, non riesco a recitare. E poi sono sempre stato abbastanza riconoscibile. Anche se mi levi il nome, resto grasso». Dopo «Pechino Express» ha detto che voleva fare un programma di viaggi… «E invece mi ritrovo a fare un programma più serio. “Pechino” era cucito intorno alla mia ironia. Qui, parlando con i boss, non potevo fare lo spiritoso». Ci sarà nella terza edizione di «Pechino Express»? «Non posso darlo per certo. Guardando nella palla di cristallo… è probabile». Questa volta dove le piacerebbe andare? «Mi piacerebbe molto viaggiare tra Egitto, Sinai, Arabia Saudita, Giordania, Gerico. Come una specie di novello Mosé…».