Berneschi: «Mio figlio vuole fregarmi Se parlo faccio tremare il tribunale»

Un tuono: «Se parlo io sai quanti finiscono in manette, qua? Questo palazzo deve tremare». Ma poi nemmeno una goccia di pioggia: «I soldi li ho portati in Svizzera nel ‘93. Sono i risparmi di una vita…». Chi lo conosce giura che sia un classico: l’ex presidente di Banca Carige Giovanni Berneschi fa sempre così. Si accalora, alza la voce, promette fuoco e fiamme. Ma alla fine sa sempre come dosare le parole, come sfumare gli improperi o fino a che punto ammettere di aver sbagliato. E ieri non è stata un’eccezione. In carcere per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e per riciclaggio, ha chiesto di essere interrogato «per chiarire tutto ». Così eccolo comparire al nono piano della procura con la sua cartelletta azzurra sotto braccio, andare incontro al suo avvocato torinese Maurizio Anglesio, e sedersi davanti al pubblico ministero Silvio Franz e al procuratore aggiunto Nicola Piacente. Non prima di aver commentato l’obbligo di indossare calzature senza stringhe: «Mi hanno tolto i lacci dalle scarpe» si è lamentato, «ma davvero possono pensare che mi ammazzo? Io non mi ammazzo per niente, spiego tutto e ne esco pulito». Nel pre-interrogatorio, diciamo così, anche l’annuncio su «questo palazzo» (cioè la procura) che «deve tremare», non è chiaro se per la quantità di indagini successive alle sue dichiarazioni oppure per qualche nome o appalto legato al palazzo di giustizia che forse lui potrebbe tirare in ballo. Potrebbe. Perché in sei ore di dichiarazioni non l’ha ancora fatto ma non è escluso che lo faccia martedì prossimo, data fissata per il seguito dell’interrogatorio. Ancora una volta è lui che promette: «Ora abbiamo aperto il capitolo 1 e 2, se apro il capitolo 3 qui son c…». «Per adesso non siamo nemmeno alla prefazione» segue la metafora un inquirente alla fine di questo primo verbale, pagine e pagine per provare a convincere la procura che non c’è stata nessuna truffa ai danni della Carige, che il riciclaggio non esiste. Che i 13 milioni di euro fatti rientrare in Italia con lo scudo fiscale erano stati portati in Svizzera nel ‘93, quindi prima delle operazioni che i magistrati gli contestano. Secondo l’inchiesta quei soldi erano il frutto di plusvalenze illecite per compravendite-truffa di società immobiliari e fra le persone coinvolte c’era anche la nuora di Giovanni Berneschi, Francesca Amisano «direttore amministrativo» dell’associazione a delinquere secondo l’ordinanza che ha portato anche lei in carcere. Ed è proprio durante un colloquio in carcere con lei che il marito, Alberto Berneschi, ha detto di suo padre «quello è pazzo, rubava, rubava… mica solo due milioni di euro». Una considerazione che pare abbia fatto infuriare «il magro», come qualcuno chiama Berneschi senior nelle intercettazioni. «Che cosa pensa di fare mio figlio, eh? Pensa di fregarmi?» sarebbe stato il suo commento prima di fargli sapere che invece non lo fregherà e che «io in carcere sto anche bene… mi trattano bene e mi hanno perfino fatto un check-in che neppure alla clinica Montallegro lo fanno». Classe 1937 e in effetti molto magro, il ragioniere ed ex presidente Carige ha rifiutato il trasferimento dal carcere di Pontedecimo a una infermeria carceraria di Sanremo: «Non ci vado, io rimango qui» ha puntato i piedi firmando un documento per assumersi la responsabilità della sua permanenza nel penitenziario di Genova. Ostinato, come sempre. Con il timone puntato ditto su una salvezza giudiziaria che ancora non si vede all’orizzonte. Anche perché di dettagli da spiegare ce ne sono ancora moltissimi. L’accumulo di tutti quei soldi in Svizzera, tanto per citare il problema principale. «Li ho investiti ed erano investimenti buoni» ha provato a spiegare lui. «Io ho sempre risparmiato il più possibile in Italia, sono uno dei maggiori contribuenti di Genova, pago un milione di tasse all’anno. Quelli sono i risparmi di una vita e ho vissuto praticamente da francescano». Altro dettaglio che non torna: la sostituzione di un verbale che nella sua forma originale, secondo i magistrati, avrebbe impedito la simulazione di un contenzioso per l’acquisto di un albergo a Lanzarote, in Spagna, attraverso la quale far rientrare in Italia una grossa somma. Alle domande sull’argomento ieri Berneschi ha risposto con un’ammissione, ma a modo suo: «In quella questione lì ho fatto una belinata…». Un’altra l’ha fatta quando, dopo i primi giorni di arresti domiciliari, ha urlato mentre sua moglie era al telefono con Antonio Cipollina, direttore del Centro Fiduciario di Carige. Lei stava chiedendo al suo interlocutore informazioni e possibilità di movimentare dei soldi su un conto corrente di famiglia e lui, innervosito dal fatto che la donna non leggesse bene il numero del conto, le ha suggerito cosa dire. Tutto mentre i finanzieri erano all’ascolto. Una mossa che gli è costato la revoca dei domiciliari e l’ingresso in carcere per aver violato l’obbligo di non comunicare con persone all’esterno dell’appartamento. Ma il suo avvocato spiega che «il giorno prima di quella telefonata avevamo presentato un’istanza proprio per farci dare il permesso di verificare disponibilità e possibili movimentazioni su quel conto, cosa che era e risulta ancora oggi legittima. È stata soltanto una cattiva interpretazione dei fatti». Chissà cosa direbbe lui al posto di «cattiva interpretazione dei fatti»…