Berlusconi vuole gli elettori di Grillo

Berlusconi-sorridente

Sa bene che in un momento come questo bisogna esserci. Occupare lo spazio che la collocazione all’opposizione concede. E non lasciare che ad accarezzare le piazze sia solo Beppe Grillo, massimo concorrente per i voti di protesta e in libertà. Per questo Silvio Berlusconi da giorni copre la scena mediatica, martellando sulla sua vicenda giudiziaria che—lo sa bene—gli serve per tenere saldo il suo elettorato. Ma anche facendo sentire la sua vicinanza a chi si oppone con tutte le sue forze, anche in piazza, a questo governo. Se poi i messaggi lanciati non sono del tutto coerenti — sulla legge elettorale ieri s’è detto favorevole al Mattarellum sconcertando parecchi fra i suoi—per lui conta poco. Ieri è stata giornata di telefonate a varie convention e riunioni di club sparsi sul territorio, oggi probabilmente sarà occasione per tornare a fare visita al Milan alla vigilia del big match con la Roma di domani. Portasse bene come con l’Ajax, ne è convinto, sarebbe altra acqua al mulino di sondaggi che «stanno crescendo — assicura —: siamo oltre il 21%, alle Europee dovremmo superare il 25%». Il tutto, appunto, nonostante la concorrenza sfrenata dall’opposizione di Grillo, che ieri ha voluto mettere in chiaro a modo suo quanto il M5S sia lontano dai partiti tradizionali, il «Pdexmenoelle» e Forza Italia, che sono stati «la rovina dell’Italia». E Berlusconi, rivendica il leader, è «decaduto proprio grazie a noi, altro che patto d’acciaio!». Parole che non scalfiscono l’ex premier, che al telefono sprona i suoi a lottare in vista delle Europee per riconquistare «gli indecisi, che sono tantissimi, il 40%» e che «disgustati da questa politica, hanno scelto un voto di protesta e hanno trovato una antipolitica distruttiva e giustizialista nel partito di Grillo». Partito da svuotare, convincendo chi lo ha votato e chi non ha votato, un terreno da arare di «24 milioni di persone, un numero enorme». Impresa «non difficile » riconquistare i grillini secondo il Cavaliere, soprattutto se si ascolta la protesta: «Questa rivolta dei forconi è un sintomo grave di una crisi vera che ha delle ragioni profonde». Il punto dolente resta però come andare a dragare i voti perduti o in libertà. Perché sul partito e la sua riorganizzazione Berlusconi sta facendo impazzire i suoi con continui stop and go. L’ultima idea, lanciata due giorni fa, è di mandare un commissario straordinario in tutte le Regioni, sia per riprendere direttamente il comando della situazione, sia per riorganizzare il territorio. Si sarebbe dovuto passare ai fatti già venerdì sera con un vertice dei big convocato e poi sconvocato, ma anche un vertice analogo che doveva tenersi ieri è stato rimandato a data da destinarsi e sostituito da colloqui separati. Il Cavaliere continua a oscillare infatti tra l’idea si sbarazzarsi di facce troppo note e troppo marcate politicamente — praticamente quasi tutte quelle del partito—per lasciare spazio e posti a «nuovi volti », all’idea opposta di rimettere chi sa fare il suo mestiere nelle cariche giuste. Anche perché, nonostante la passione per i club rimanga (ne vorrebbe 12 mila in poche settimane, i suoi lo guardano stralunati) i nomi e le facce belle evocati o sperati non ci sono. L’altra idea annunciata a cena giovedì con i senatori e ripetuta ad altri, oltre al commissariamento dall’alto che—lo hanno avvertito — rischierebbe di scontentare tanti esclusi, è di creare due organismi: un ufficio di Presidenza ristretto con i big (capigruppo, ex ministri, presidenti di commissioni) e una Consulta del presidente con intellettuali, imprenditori, volti freschi. Due li aveva annunciati ai suoi: «Ci saranno Alessandro Benetton, Antonio D’Amato». Ma entrambi in poche ore hanno smentito ogni coinvolgimento. E ora tutto può succedere: una rivoluzione che parta dal territorio come l’immobilismo prolungato. Ogni attimo è buono per decidere, qualsiasi cosa. Ma anche no.