Berlusconi: la battaglia continua

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Poco prima di infilarsi nell’auto che lo portava via, lontano dai palazzi che l’hanno espulso e sui quali aveva — da leader o da oppositore—regnato per 20 anni, dopo aver ricevuto i baci e gli abbracci e le carezze, e i «forza presidente, siamo tutti con te», Silvio Berlusconi ha scherzato ancora: «Vedremo chi sarà il primo che vorrà mettermi in galera, perché questo vogliono. Voi però non dimenticatevi di me, risparmiate per portarmi le arance, eh!». Battuta che ripete da mesi, per esorcizzare la grande paura che continua a dominare ogni suo gesto e decisione. Anche quando proclama che non lascerà il campo libero, che combatterà dall’esterno del Parlamento «come fanno Renzi e Grillo», chiamando i due leader a una battaglia comune per il voto anticipato, quello a cui punta, quello per cui lotta con tutte le forze che ancora ha. Giurano i suoi che ci crede davvero, che è ormai «abbastanza sereno, ha bisogno di riposarsi un po’ ma è pronto a ricominciare a lottare», tanto da aver già dato appuntamento a tutti per l’8 dicembre ancora in piazza e promesso che ci si rivedrà presto per «una grande campagna elettorale », visto che a lui non lo uccidono «neanche se mi ammazzano». È quello che lo scongiurano di fare i suoi intirizziti militanti — non tantissimi ma calorosi nel loro abbraccio—che si sono radunati in via del Plebiscito per salutarlo nel momento più difficile. Lui, dolcevita nero e giacca nera, sale sul palco alle quattro e mezza e per meno di mezz’ora si rivolge alla sua gente con toni duri ma non disperati, con accuse forti ma non incendiarie perché «siamo pacifici e democratici». Esordisce definendo il 27 novembre una giornata di «lutto» per la democrazia, attacca gli ex alleati del Pd che «brindano dopo aver portato il nemico davanti al plotone di esecuzione», se la prende con la magistratura braccio armato «della sinistra» che lo ha condannato ingiustamente e «quando sarò assolto che faranno, mi risarciranno? », lascia che sia la piazza a fischiare sonoramente e contestare al grido di «traditori» Alfano e i suoi che se ne sono andati: «Accetto questa interruzione ruvida ma efficace—dice col sorrisino soddisfatto alla sua gente —: ma siamo sereni e sicuri di essere dalla parte giusta e che noi non tradiremo mai i nostri elettori ». L’unico al quale non dedica volutamente nemmeno un accenno è il capo dello Stato, limitandosi a dire che il suo partito si batterà per ottenere l’elezione diretta del presidente. Ci pensano allora i suoi parlamentari a tirare in ballo Napolitano, anche se in forme molto diverse dal previsto: riuniti a San Lorenzo in Lucina, hanno esaminato anche le opzioni più hard per continuare nella loro protesta. Scartate subito le dimissioni di massa, sono poi state accantonate anche le tentazioni (dei superfalchi) di andare a manifestare al Quirinale: è passata la linea più soft di una richiesta ufficiale al capo dello Stato di ricevere una delegazione guidata dai capigruppo Romani e Brunetta per «affrontare il delicato momento». In attesa della risposta del Quirinale, ci si mobilita però in vista di un cambio di passo nell’opposizione al governo, che si farà sempre più dura come sempre più duri stanno diventando i toni contro Alfano e il Nuovo centrodestra (i cui 8.000 circoli nascenti hanno fatto molto innervosire il Cavaliere). E che tutti, anche nella famiglia dell’ex premier, pensino che la sua battaglia andrà sostenuta lo dimostrano le pubbliche, addolorate dichiarazioni dei figli Marina, Piersilvio e Barbara, che ieri sera lo hanno consolato ad Arcore. «Mio padre decade da senatore, ma non sarà certo il voto di oggi a intaccare la sua leadership e il suo impegno», promette la prima, definendo «scempio» umiliante il voto di ieri. «Amarezza profonda» e l’augurio che «abusi del genere non vengano mai più messi in pratica» arrivano dal secondo. «Una violenta operazione politica con la quale gli avversari si illudono di avere la strada spianata verso il potere», la denuncia della terza. A dimostrare che è finita una storia, ma un’altra — quanto di successo o disperata si vedrà—ancora continua.