Annamaria Franzoni: Adesso esce tutti i giorni per lavorare

http://dcleadershiptraining.com/597-accordant-essay-review-media By on 21 ottobre 2013
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http://addguzelcamli.com/?p=what-is-the-critical-thinking-process Ogni mattina, tra le nove e mezzo e le dieci, una donna dai lunghi capelli neri varca a passo svelto il cancello del centro parrocchiale che sorge accanto alla chiesa di Sant’Antonio da Padova in via della Dozza, alla periferia di Bologna. Lì dentro, per cinque ore, la donna dai capelli neri lavora in silenzio cucendo borse di stoffa, un lavoro in cui dicono che sia molto brava: si interrompe solo per pranzare. Verso le quindici la donna esce e sale su un’auto che la riporta nel luogo in cui passa il resto della sua giornata: la sezione fem m in ile del carcere di Bologna, dove lei è reclusa dal 21 maggio 2 0 0 8 . Da pochi giorni ha ottenuto il permesso di uscire quotidianamente dal carcere per poche ore per lavorare: si chiama “lavoro esterno” ed è l’aspiiazione di ogni carcerato, un primo assaggio di libertà, un primo passo verso la normalità. Ogni volta che entra e che esce, la donna dai capelli neri cammina in fretta con lo sguardo fisso davanti a sé. Non gira mai lo sguardo verso i curiosi che si appostano per vederla, verso i passanti che la riconoscono e che commentano: «Non è cambiata per niente: è rimasta uguale». E di curiosi, oltre che di passanti stupiti, lei ne incontra spesso al suo passaggio. Sì, perché la donna dai capelli neri è la detenuta più famosa d’Italia. È Annamaria Franzoni, quaranta due anni, la “mamma di Cogne”, come l’hanno chiamata, protagonista del caso di cronaca nera che più ha sconvolto e diviso l’opinione pubblica nazionale negli ultimi decenni: l’omicidio di Samuele Lorenzi, il suo bambino di tre anni, che il 30 gennaio 2002 è stato trovato ucciso nella casa di famiglia a Cogne, in Valle d’Aosta, colpito più volte alla testa con terribile violenza con un oggetto che non è mai stato identificato. Per questo delitto, di cui si è sempre proclamata innocente, Annamaria Franzoni è stata giudicata colpevole in tre gradi di giudizio e condannata a sedici anni di carcere, che sono diventati tredici a causa dell’indulto, lo “sconto” di tre anni per quasi tutti i detenuti che il Parlamento ha approvato nel 2006. Adesso, dopo cinque anni e mezzo di cella, Annamaria Franzoni è stata ammessa al “lavoro esterno” . E il suo “datore di lavoro” è una cooperativa sociale, chiamata “Siamo qua”, che insegna alle detenute del carcere bolognese a produrre borse e capi di vestiario e che ha sede proprio nella parrocchia di Sant’Antonio. E lì che vado una mattina, con il fotografo di Dipiù autore delle foto pubblicate in queste pagine. Ed è lì che, alle nove e quaranta, vedo Annamaria Franzoni scendere dalla Fiat Panda bianca guidata da un volontario della cooperativa. La “mamma di Cogne”, che indossa un paio di jeans, un giaccone scuro e una sciarpa a fiori coloratissima, ha la stessa espressione e lo stesso sguardo che per anni hanno incuriosito come un enigma i milioni di italiani che, guardandola in TV, cercavano di “leggere” nei suoi occhi la verità sulla tragedia del piccolo Samuele, di capire se lei fosse colpevole o innocente. Per un attimo, quello sguardo incontra il mio: la Franzoni sembra riconoscermi, ricordarsi che io sono il giornalista che, quando era ancora in libertà, l’aveva intervistata in diverse occasioni per Dipiù. Ma non mi dice una parola: è pur sempre una detenuta, anche se in questo momento è fuori dal carcere, e non può parlare con un giornalista senza il permesso dell’autorità penitenziaria. La “mamma di Cogne” si infila rapidamente nella porta del centro parrocchiale e sparisce al suo interno, portando i segreti della sua anima chiusi in sé, ancora una volta, come sempre. E io, per sapere come passa le sue ore lì dentro, vado a parlare con il suo “padrone di casa”: don Giovanni Nicolini, parroco di Sant’Antonio e “portavoce” della cooperativa “Siamo qua”, un sacerdote molto noto a Bologna, dove è stato a lungo responsabile della Caiitas. «Don Nicolini», gli chiedo «come e con chi lavora Annamaria Franzoni nelle ore che passa qui ogni giorno?». «Lavora per conto suo: cuce le sue borse in una sala-laboratorio che occupa da sola», è la risposta. «È un lavoro che per lei non è nuovo: lo ha imparato anni fa da una saita che fa parte della cooperativa e che ha tenuto corsi di cucito per le detenute. Quello che è nuovo per lei è il posto: prima Annamaria confezionava le sue borse all’interno del carcere, adesso lo fa qui». «Lei ha certamente avuto occasione di parlarle in questi giorni. Che cosa vi siete detti?». «Mi ha detto: “Sono felice di essere qui, mi sembra di ricominciare a respirare”. Si comporta con grande gentilezza, ringrazia tutti i volontari che fanno qualcosa per lei». «Ha mai parlato del delitto per cui è stata condannata?» «No, mai. So che potrà sembrare strano a chi non è abituato a lavorare con i carcerati, ma con i detenuti noi non parliamo mai del motivo che li ha condotti in prigione: qui si cerca di guardare avanti, non indietro. E una regola che osserviamo con tutti i detenuti: e il fatto che Annamaria sia “famosa”, che sia stata protagonista di un caso di cronaca più celebre di altri, qui dentro non fa alcuna differenza». «Come le sembra il suo umore, il suo stato d’animo?». «Non mi sembra depressa. Mi sembra una donna che ha una sua forza, che ha la possibilità di ritrovare la speranza, la pace». Nel pomeriggio, prima di lasciare il centro parrocchiale per rientrare in prigione, Annamaria Franzoni riceve una visita: suo marito Stefano Lorenzi, quarantasei anni, che è sempre stato al suo fianco in tutti questi anni e che l’ha difesa a spada tratta da ogni accusa, è passato a trovarla. E don Nicolini mi dice: «Non è la prima volta che Annamaria riceve qui una visita di suo marito: qualche giorno fa lui è stato qui a trovarla con i loro due figli. Suo marito e i suoi ragazzi la amano moltissimo, glielo si legge negli occhi. E, quando sono andati via, Annamaria mi ha detto, raggiante: “Ha visto come sono belli i miei figli?”». «Ha visto come sono belli i miei figli?»: questa orgogliosa domanda è la più nomale delle frasi in bocca a qualsiasi mamma; ma suona strana, sinistra, sulle labbra di una madre che è stata condannata per l’omicidio del suo bambino. I due figli che le sono rimasti e che sono andati a trovarla pochi giorni fa, Davide e Gioele, sono cresciuti in una situazione difficile anche solo da immaginare: separati dalla mamma, che è in carcere da cinque anni e mezzo accusata della più terribile delle colpe, quella di avere ucciso un loro fratellino. Gioele, che ha dieci anni e mezzo, quel fratellino scomparso tragicamente non lo ha mai conosciuto: quando lui è nato, il piccolo Samuele era già morto. Davide, il figlio grande, che è ormai maggiorenne perché ha compiuto diciotto anni un mese fa, invece probabilmente ricorda bene il suo fratellino Samuele. E probabilmente ricorda bene quella spaventosa mattina in cui lui, a sei anni, ha preso il bus per andare a scuola come tutte le mattine e, al ritorno, ha trovato l’oirore: Samuele che non c’era più, la sua casa in cui non si poteva più entrare,-:la vita della sua famiglia che cambiava per sempre. Una cosa è certa, però: questa famiglia, nonostante la tr agedia che l’ha investita, non ha mai abbandonato Annamaria Franzoni.

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