Anna Maria Franzoni: Scarcerata dopo 6 anni ecco come vivrà

Cattura

Dietro le finestre, qualcuno fa scendere le tende bianche a pacchetto. Aggrappati alla rete, un drappello di giornalisti. Non ce nemmeno uno spiraglio per scorgere qualcosa. Fuori, sul prato, Gioele, il più piccolo dei due figli, gioca con i suoi tre amici. Ma Annamaria non si affaccia mai, come se avesse terrore a farsi vedere: ha fatto così anche la sera del 26 giugno, quando è tornata a casa dopo l’ordinanza degli arresti domiciliari, e si è nascosta sotto quattro grandi ombrelli, pur di non farsi inquadrare nemmeno di sfuggita. UN AMBIENTE MOLTO DIVERSO Il fatto è che i giudici hanno sottolineato con la matita rossa quanto per lei sia «nociva l’esposizione mediatica»: se si mette davanti a una telecamera, la riportano in carcere due minuti dopo. Invece, come è scritto nelle 18 pagine dell’ordinanza vergate dal magistrato Sabrina Bosi, è la famiglia la sua salvezza. Lo dice anche l’avvocato, Paola Savio: «Grande merito del percorso di Annamaria va agli operatori del carcere e soprattutto ai suoi familiari». Ma è un ambiente molto diverso da quello che la accompagnava nei primi giorni del processo subito dopo la morte del piccolo Samuele, un contesto che si è piano piano modificato nel tempo. Già durante il processo di Appello a Torino si era allentato il rapporto con Giorgio Franzo- ni, il “padre padrone”, che aveva voluto sostituire come legale il professor Carlo Federico Grosso preferendogli l’avvocato Carlo Taormina, lanciando chiari messaggi di aggressività, che andavano ben oltre una puntuale difesa nel merito. L’AIUTO DEI NONNI PATERNI Nel frattempo, era diventato sempre più stretto il rapporto col marito e il suocero, Mario Lorenzi, morto poco tempo fa. È questa la famiglia “coesa”, a cui fa accenno l’ordinanza. Dal giorno della scarcerazione, Giorgio Franzoni non s’è ancora visto. E non s’è visto neppure don Marco Baroncini, il sacerdote forse più vicino al “padre padrone”. Tutto questo forse non è un caso. Così, il Tribunale di sorveglianza ha definito «significativo» il supporto, assicurato dai nonni paterni, e «questa» famiglia, con loro, il marito e i due figli, viene individuata come una struttura di protezione e aiuto. Assieme al lavoro e alla cura di psicoterapia iniziata in carcere, è stata determinante nel suo reinserimento. La Franzoni è «ritenuta affetta da disturbo dell’adattamento con umore depresso, facilità al pianto e all’ansia, preoccupazione e irrequietezza (ma chi non lo sarebbe nelle sue condizioni?, ndr), egocentrismo, tratti di narcisismo con idee dominanti e problematiche legate all’interazione col sistema giudiziario». Ma se i primi tempi Annamaria curava questa sua depressione con gli psicofarmaci, adesso riesce a farne a meno. E infatti, come riporta l’ordinanza, «ha imparato a contenere i sentimenti di tristezza e ansia non più con l’uso di medicine, ma con 1’inserimento in attività di trattamento all’interno dell’Istituto penitenziario» (cioè, grazie al lavoro, ndr). Resta il fatto che tutti questi supporti non debbono venir meno con il suo ritorno a casa per gli arresti domiciliari. Don Giovanni Nicolini, che gestisce la cooperativa sociale dove la mamma di Cogne ha lavorato durante i permessi concessi dal carcere della Dozza (19 dal 7 ottobre, per complessivi 52 giorni), realizzando le borse che Gioele, tutto fiero, portava a scuola per mostrarle alla classe, ci ha spiegato perché tra qualche giorno conta di andare a trovare Annamaria: «Vorrei portare a Ripoli gli arnesi necessari al suo lavoro, così potrà farlo da casa». Anche se un giorno alla settimana le è stato concesso di recarsi alla cooperativa, come specifica ancora don Nicolini: «Sono contento di poterla rivedere. Da noi, in parrocchia, è una persona che ha imparato a farsi voler bene da tutti». POTRÀ USCIRE QUATTRO ORE AL GIORNO In ogni caso, tra permessi e ordinanze, il Tribunale ha fissato regole abbastanza rigide: potrà frequentare solo i familiari conviventi, non potrà allontanarsi dalla provincia di Bologna e non potrà mai più tornare a Cogne. Niente interviste, questo è scontato. Ma neppure immagini tv, neanche per sbaglio. Deve invece proseguire la psicoterapia, «un giorno alla settimana, con lo stesso specialista che l’ha seguita in carcere». Sono previste visite settimanali degli assistenti sociali dei servizi del ministero della Giustizia e di San Benedetto Val di Sambro. Una volta al mese l’ufficio del Tribunale per la pena deve fare la relazione al magistrato di sorveglianza. Potrà uscire di casa quattro ore al giorno «per necessità legate alla famiglia». Nell’insieme, comunque, nonostante le riconoscano «una capacità genitoriale intatta», le prescrizioni sono abbastanza severe. Stefano, suo marito, ripete che va bene così. L’unica cosa che conta adesso, dice, è quella di essere lasciati in pace: «Vorremmo tornare a essere quelli che siamo, nella nostra vita tranquilla. E vorremmo vivere questi giorni solo con la nostra serenità. Come una famiglia normale».