Anna Maria Franzoni: Chiede di tornare a casa, ma c’è da fidarsi?

Annamaria Franzoni ha chiesto di poter tornare a casa. «Per stare vicina a Gioele, il figlio più piccolo, dieci anni », questo ha spiegato l’avvocato Paola Savio. Il Tribunale di Sorveglianza dovrà decidere se concedere o meno gli arresti domiciliari. La donna ha scontato per ora in carcere cinque anni e mezzo dei 16 previsti (entrò nel carcere della Dozza, a Bologna, il 21 maggio 2008). Ma per decidere, i giudici hanno chiesto una perizia psichiatrica. Annamaria Franzoni, che comunque per un permesso premio ha trascorso il giorno di Natale in famiglia, condannata in via definitiva per aver ucciso suo figlio Samuele, di quattro anni, può davvero tornare definitivamente a casa, dal marito Stefano Lorenzi, dal figlio Davide, maggiorenne, e da Gioele? È questo che dovrà stabilire la perizia. Si torna così indietro, a Cogne, ai giorni terribili di quel delitto che sconvolse l’Italia, nell’inverno del 2002. A quelle domande: chi ha ucciso il piccolo Samuele Lorenzi? E poi, come può una madre fare una cosa del genere? Maria Del Savio Bonaudo era allora procuratore capo ad Aosta. Ha accettato di ricordare per Gente che cosa accadde in quei giorni, di riprendere il filo di quelle indagini che portarono all’arresto della mamma di Samuele. «Ricordo una pressione enorme, avevamo l’esigenza di fare in fretta, ma lavorando con la massima attenzione». Che impressione ebbe di Annamaria Franzoni? «Il primo sentimento fu quello di solidarietà. Sono una madre, mi sentii vicina a quella mamma che aveva perso il proprio bambino». Quando iniziaste a pensare che potesse essere la colpevole? «In un caso del genere il primo pensiero che viene a un magistrato è: bisogna cercare nella famiglia o negli ambienti vicini. Prendemmo però in considerazione ogni ipotesi, i carabinieri interrogarono tutti coloro che in paese potevano aver visto qualcosa. Ma nessuno aveva notato personaggi sospetti, nulla di insolito». Quando iniziaste ad avere sospetti forti su si lei? «Era una delle ipotesi, non ne scartavamo nessuna. Ci accusarono poi di aver seguito solo la pista della famiglia, ma non è così». Poi arrivarono le perizie del Ris… «E allora non ci furono più dubbi. I gravi indizi, portavano verso Annamaria Franzoni». C’è una regola fondamentale che guida tutti gli investigatori. Si chiama principio di Locard: “Un individuo che commette un crimine lascia qualcosa di sé sulla scena del crimine e, parallelamente, qualcosa del luogo del delitto ririmane sul reo”. Nella villetta di Cogne, STABILI dove venne ucciso Samuele Lorenzi, non c era minima traccia di qualcuno che non fosse Anna maria Franzoni, o comunque qualche altro membro della famiglia. La donna fu arrestata il 13 marzo 2 0 02, quasi un mese e mezzo dopo il delitto. Due settimane dopo il Tribunale del Riesame decise la scarcerazione. Il 28 marzo, poco prima che tornasse libera, venne ordinata una perizia psichiatrica. La domanda cui gli psichiatri dovettero rispondere fu: «La donna era in grado di intendere e di volere al momento del fatto?». Ci furono più incontri e vennero ascoltate molte testimonianze. Un’amica della coppia, Manuela Macari, disse che tutte le mamme «erano al corrente che Annamaria era continuamente preoccupata per il calore che emanava la testa di suo figlio». Paola Croci raccontò che la Franzoni le aveva detto che «Samuele aveva la testa grossa, che sembrava un nanetto». La donna era ansiosa, temeva per la salute del proprio bambino, aveva paura che la sua crescita fosse rallentata. È possibile che ci sia anche questo dietro allo scatenarsi di un delitto così terribile? «È un meccanismo abbastanza frequente», spiega Enrico Vernizzi, responsabile del settore femminile delFospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova), dove scontano la pena alcune mamme condannate per aver ucciso il proprio figlio. «Succede quando la mamma ha paura per il proprio bambino. È come se pensasse “piccolo mio, non sarai in grado di affrontare il futuro, non potrai essere felice”. Scatta così una specie di eutanasia. Uccidono il figlio perché sarebbe stato infelice». Subito dopo la morte di Samuele, Annamaria venne sentita dire al marito Stefano: “Facciamo un altro figlio”. «Non è sorprendente», dice Vernizzi, «è come se avesse messo in atto un meccanismo di sostituzione del figlio che non andava bene». La prima perizia psichiatrica concluse che Annamaria Franzoni aveva, al momento del fatto, “piene capacità di intendere e di volere”. La donna fu condannata a 30 anni di reclusione. Durante il processo d’appello fu disposta una nuova perizia psichiatrica, ma la Franzoni rifiutò di sottoporvisi. Venne così realizzata analizzando video e documenti. Furono esaminate nuovamente le affermazioni della donna a proposito della “testa di Samuele che emanava calore”. Secondo la perizia quelle affermazioni potevano essere “inespressi timori di malattia della stessa Franzoni, secondariamente proiettati sul bambino, che diveniva la fonte dell’ansia e delle preoccupazioni coscienti”. In pratica, secondo questa perizia, Annamaria proiettava sul figlio la propria paura di essere malata. A questo erano dovuti gli attacchi d’ansia di cui soffriva (alle 6.30 della mattina del delitto, due ore prima della morte di Samuele, telefonò al 118 dicendo di stare male). La perizia ipotizzò che nella Franzoni era riscontrabile uno “stato crepuscolare orientato”. Ma che cosa significa? «È come una depressione a bassa intensità. Possiamo chiamarla predepressione », spiega Vernizzi. Ma è possibile che in “uno stato di alterazione della coscienza”, come lo definisce la perizia, si faccia sparire l’arma del delitto, ci si lavi, ci si ricomponga? Annamaria Franzoni si dichiara tuttora innocente. Mente o non ricorda ciò che accadde? Chi soffre di stato crepuscolare orientato entra “in uno stato simil onirico, in cui i pensieri sono guidati da correnti silenti allo stato di veglia. Al termine si ha amnesia…” Ma è credibile che Annamaria Franzoni ricordi tutto di quella mattina, tranne di aver ucciso il proprio figlio? «Il meccanismo della rimozione avviene spesso», dice Vernizzi, «in chi ha commesso delitti efferati. L’Io non ce la fa a reggere sensi di colpa così pesanti». Quindi la Franzoni ha ucciso, come hanno stabilito i processi, e poi ha dimenticato tutto? «Mah, mi sembra un po’ poco uno stato crepuscolare per giustificare un’amnesia tale». La perizia confermò comunque la capacità di intendere e volere. Annamaria Franzoni uccise suo figlio Samuele e poi dimenticò tutto. Questo ha stabilito anche la seconda sentenza che portò la condanna a 16 anni di reclusione grazie alla concessione delle attenuanti. La Cassazione confermò la pena. Da qualche mese la donna è stata ammessa al lavoro esterno. Ora la richiesta di tornare a casa. È pronta a lasciare il carcere? «Nel suo caso è mancato un percorso di recupero», dice Vernizzi. «Le donne che hanno commesso figlicidio possono essere recuperate alla loro vita e ai loro figli, ma con tutte le precauzioni del caso. Nel delitto di Cogne Annamaria Franzoni è stata giudicata capace di intendere e volere, poi non è mai “crollata”, anche perché circondata da una rete di protezione costruita dalla sua famiglia. Quella donna rimane quindi un’incognita». Potrà una perizia capire ciò che in oltre dieci anni non è ancora venuto alla luce e rispondere alla domanda più importante: che cosa è successo quella mattina nella mente di Annamaria Franzoni?