Amanda Knox: “Voi giudici Italiani mi fate paura”

Amanda Knox

Non sono presente in aula perché vi ho paura. Ho paura che la veemenza dellaccusa vi impressionerà e che il loro fumo negli occhi vi accecherà. Sono innocente. Nessuna prova scientifica mi rintraccia nella camera da letto di Meredith, la scena del crimine, perché non c ero e non ho partecipato al crimine”. Sono queste alcune delle sconvolgenti parole che Amanda Knox, 26 anni, ha scritto in una lunghissima lettera indirizzata ai giudici della Corte d’Assise di Firenze. Come tutti ricorderete, la giovane americana, che oggi vive a Seattle, è una delle protagoniste di quello che è stato battezzato “il delitto di Perugia”. Amanda è infatti imputata, insieme con lexfidanzato Raffaele Sollecito, 29 anni, dellomicidio della sua coinquilina Meredith Kercher, uccisa a Perugia il Io novembre 2007. ADESSO VIVE IN AMERICA I due fidanzati, condannati in primo grado per l’omicidio, nel 2011 sono stati clamorosamente assolti per non aver commesso il fatto. Non appena è tornata libera, Amanda ha lasciato T Italia, dove era venuta per studiare, ed è tornata dalla sua famiglia negli Stati Uniti. A Seattle ha iniziato una nuova vita: studia scrittura creativa e ha un nuovo fidanzato. Qualche mese fa, però, i giudici italiani hanno annullato la sentenza di assoluzione dei due ex fidanzati e, proprio in questi giorni, si sta svolgendo il nuovo processo a loro carico. Mentre Raffaele ha voluto parlare in aula per ribadire la propria innocenza, Amanda ha invece deciso di non presentarsi. Per comunicare con i giudici di Firenze, ha invece scritto ai suoi avvocati una lunga lettera, che è stata letta in aula. Scrive Amanda: «Non ho ucciso, non ho stuprato, non ho rubato, non ho tramato, non ho istigato. Non ho ucciso Meredith, non ho partecipato alla sua uccisione. Non ho avuto nessuna conoscenza precedente o speciale di quanto accaduto quella notte. Non c ero e non avevo niente a che fare». Nonostante l’assoluzione, infatti, in molti sono ancora convinti che sia proprio Amanda la principale responsabile di questo terribile omicidio. Dice Amanda nella lettera: «È lunga la lista di calunnie infondate e maligne che ho sofferto nel corso di questo processo. Furba, manipolatrice, gattamorta, narcisista, falsa incantatrice, adultera, drogata, diavoletta… Non ho mai dimostrato un comportamento anti sociale, aggressivo violento o psicopatico. Non sono tossicodipendente o ossessionata dal sesso. Questa è una fantasia non corroborata da alcuna prova obiettiva o testimoniale. L accusa e le parti civili vogliono che pensiate che io sia un mostro perché è facile condannare un mostro. Mi hanno condannato senza prova di colpevolezza. Se laccusa avesse prova contro di me, non ci sarebbe bisogno di questi argomenti teatrali». «MEREDITH MI ERA SIMPATICA» Amanda, poi, nega che tra lei e la sua coinquilina Meredith, trucidata a coltellate nel suo letto, ci fossero problemi: «Meredith era la mia amica. Lei mi era simpatica, mi aiutava, era generosa e divertente. Non mi ha mai criticata. Non mi ha mai dato neppure u n ’occhiataccia. Nessuno ha mai visto o sentito dire che Meredith e io avevamo mai litigato, disputato, discusso». Poi, Amanda torna con il pensiero alla notte tra il 5 e il 6 novembre. La notte in cui gli inquirenti, dopo aver raccolto vari indizi a suo carico, decisero di arrestarla. Amanda in quell’occasione mentì, scaricando la responsabilità del delitto al suo titolare di lavoro, Patrick Lumumba, che riuscì poi a dimostrarsi completamente estraneo ai fatti. Nella lettera indirizzata ai giudici Amanda arriva addirittura a insinuare che gli inquirenti le estorsero le dichiarazioni su Lumumba con la violenza. Scrive la giovane americana: «Dobbiamo riconoscere che una persona possa essere portata a confessare falsamente perché torturata psicologicamente. Mi hanno mentito, urlato, minacciata, dato due scappellotti in testa. Mi hanno detto che avevo constatato l’uccisione e che soffrivo l’amnesia. Mi hanno detto che non avrei più rivisto la mia famiglia se non riuscivo a ricordare cosa fosse successo a Meredith. Quando rimproveri, minacci, menti e costringi una persona a credere che la sua memoria si sbaglia, non troverai la verità». Per ora, in questa terribile vicenda, l’unico colpevole certo dell’omicidio di Meredith è l’ivoriano Rudy Guede, 27 anni, che sta scontando nel carcere di Viterbo la sua condanna a 16 anni di reclusione. Scrive Amanda: «Come tanti ragazzi a Perugia, ho incrociato Rudy Guede una volta. Lui giocava a basket con i ragazzi che abitavano nell’appartamento sotto al nostro. Non ho mai acquistato droga da lui. Per l’accusa avrei convinto Rudy a commettere violenza sessuale e omicidio, ma si ignora che Rudy e io non parlavamo la stessa lingua. L’accusa si appoggia sulla inquietante e inaccettabile deformazione dei fatti obiettivi». Nella lettera indirizzata ai giudici di Firenze, Amanda non dimentica il suo ex fidanzato Raffaele Sollecito. «RAFFAELE E INNOCENTE» Come vi ha raccontato Giallo, il giovane qualche giorno fa è partito per una vacanza a Santo Domingo, ma ha assicurato che il 10 gennaio sarà presente alla sentenza del processo. Raffaele e Amanda si sono sempre difesi reciprocamente. Sollecito aveva detto a Giallo: «L’amavo moltissimo. Lei in questa storia non centra». Anche Amanda conclude la sua lettera con un pensiero al suo ex fidanzato. Scrive: «Sono innocente, Raffaele è innocente. Meredith e la sua famiglia meritano la verità. Vi prego di porre fine a questa enorme ed estenuante ingiustizia ». Dura la reazione di Alessandro Nencini, presidente della Corte d’Assise d’Appello di Firenze, che ha letto in aula la lettera di Amanda: «Chi vuol parlare nei processi viene nei processi ».