Alex Belli: Felice con Caterina, ma ho un dramma segreto

L’attore di “CentoVetrine”, dafebbraio marito felice della modella Katarina Raniakova, ora progetta di allattare la famiglia: «Un figlio? Succederà a breve». Del resto la sua famiglia d’origine è numerosa. «Siamo quattro fratelli. Nei momenti bui sono il sostegno più grande. Ma il dramma della mia vita è stata la malattia di mio fratello minore: a un mese dalla nascita è stato colpito da una grave forma di epilessia».

La voce sepolcrale mi arriva da un corpo probabilmente dormiente, dentro una domenica che più torrida non si può. Sarebbe la mia prima intervista a un uomo in stato di sonno rem, sulla traccia delle sedute ipnotiche che Freud praticava ai suoi pazienti. Lui li attivava con le sue frasi guida e loro spifferavano tutto sul rapporto con la madre e il padre, io potrei fare lo stesso estorcendogli tutto su Katarina, la leggiadrissima moglie. La tentazione è forte, ma lui con un repentino rigurgito di coscienza sa come scoraggiarmi: «Con questa voce da trans proprio non posso… mi può richiamare tra venti minuti?». La voce di Alex Belli, il fascinosissimo Jacopo di Cento- Vetrine, lasoap di Canale 5 (dal 26 agosto in onda con le puntate inedite), mi arriva da un al di là che è il dodicesimo piano dell’unico grattacièlo di Gallipoli, terranativa di Massimo D’Alema. Attore e modello, 31 anni, di Parma, ingenerosamente penalizzato da un sembiante che spedisce in deliquio migliaia di nipotine ma anche donne mature. Lui è invece un ragazzo sottilmente pensante, con una solida vocazione di studio e apprendistato teatrale. Mia nipote me l’aveva insinuato il dubbio, che non c’era solo l’involucro, dopo averlo visto ospite con la sua Katarina da Barbara D’Urso. Vacanza o lavoro?«Tutt’e due. Ieri avevo una serata, ora ci resterò un paio di settimane a riposare. Era ora. Stupenda Gallipoli». Che genere di serate? Tipo farsi vedere in una discoteca e farsi pagare un mucchio di bigliettoni? «Mi esibisco sì, ma nel senso che canto, recito. Ieri allo Smaila’s di Gallipoli, uno show di cinquanta minuti».Il Belli cantante mi mancava. «Vengo da Parma, terra di musicisti. Sono un rockettaro mancato. Prima che mi spuntasse l’idea dell’attore, m’immaginavo da cantante o strumetista. Ho fatto il conservatorio». Che repertorio da cantante? «Cover del miglior rock italiano. Vasco, Ligabue, Zucchero, Battisti. Ho una mia band e io sono il frontman. Il pezzo che mi viene meglio? Albachiara di Vasco». Sei qui con Katarina al seguito? «Mia moglie e tutta la compagnia di amici arrivata da Milano. Quest’anno ha preso il sopravvento il Salento, di solito andavamo tutti in Sardegna. Mi piace il Salento, molto vitale, gente attiva, con voglia di fare». Di questi tempi sono perseguitato da una frase dell’Ecclesiaste: “Ogni cosa ha il suo tempo”. «Sono un uomo fortunato perché ho fatto della mia passione il mio lavoro. Ogni volta ritrovarmi in questa magia sul set. Oggi per me è tempo di tirare le somme. Quattro anni di CentoVetrine. Sono tanti in televisione». Tanti o troppi? «Tanti. Quando fui scelto per la parte di Jacopo, mi parlarono di due anni e già mi sembravano un’eternità». Si rischia la routine. «Mi salvo non dimenticandomi mai di essere un attore. Interpreto un personaggio che ha mille sfumature diverse. È cresciuto con me. Noi giriamo dalla mattina alla sera. La vita del personaggio diventa la tua vita». Ma l’adrenalina che c’è in teatro? «In teatro è un continuo rigenerarsi. Poi, però, pensi che sei lì alle otto di mattina, sul set, senza pubblico, ma che invece il pubblico c’è anche se non lo vedi. È come se andassi tutte le mattine in un teatro con tre milioni di persone. Una roba scioccante». Rischio di schizofrenia? «Non c’è crisi d’identità, Jacopo Castelli è completamente altro dame. Ma non c’è dubbio che vivi più la vita del personaggio che la tua. Ci sono giorni in cui fai fatica a distinguere». Esempio? «Coincidenze tra quello che vivi sul set e fuori. Litigi finti sul set che poi si trasformano in litigi veri nella vita. Rischi la confusione mentale». Per molti attori perdere il personaggio è una sorta di lutto. «Tutte le volte che mi fermo, mi dico: “Che bello, mi riprendo la mia vita”. Ma so che tornerò ancora a essere Jacopo. Non saprei dirti come reagirò il giorno in cui chiuderò con questa esperienza. Che non vuol dire meditare che questa cosa debba finire. Amo tantissimo questo prodotto. È solo una riflessione estiva molto tranquilla. Capire che cosa ha rappresentato per me, che cosa può ancora dare». Meglio tenerselo stretto il lavoro. «La crisi del sistema è assoluta, ma CentoVetrine non ha mai avuto problemi di ascolti. Ci tagliano il budget, questo sì, ritmi più serrati di lavorazione e rischio di perdere qualità». Tre buoni motivi per non chiudere CentoVetrine. «Te ne dico uno, fondamentale. E l’identità di Canale 5, come Striscia». L’essere dentro un sembiante così apprezzato. Sicurezza, vanità, imbarazzo o cosa? «L’involucro piacevole e fotogenico può essere un vantaggio. Vai dal regista che cerca un canone, che so, l’eroe romantico, e tu sei quel canone. Ma l’involucro non parla da solo. A parità di bellezza cercano il più bravo». Il rischio è dirsi: sono bello, basta. «Una lama a doppio taglio. Per me diventa frustrante andare sul set e non essere preparato. E se hai un involucro piacevole, devi dimostrare di più». Tua moglie Katarina è una molto sicura di sé come molte donne dell’Est o solo apparenza? «Katarina è una donna speciale. Pur mantenendo la sua identità ha sempre voglia di imparare qualsiasi cosa. Noi italiani siamo diversi, siamo molto chiusi nella nostra identità, ci sentiamo forti così. Lei mi chiede sempre di correggerla quando parla italiano, è una perfezionista». Una relazione che “rischia” la stabilità… «Sono sei anni che stiamo insieme». Punti di conflitto potenziale? «Tanti. Io sono un teatrante. Quando non vado sul set, non mi sveglio mai prima di mezzogiorno e, quando mi sveglio, sono lento. Lei alle sette è già andata al mercato a fare la spesa. Niente di drammatico, comunque». Donna gelosa? «Fortunatamente no. Sarebbe difficile con il lavoro che faccio. Lei è l’unica donna con cui sono stato veramente bene. Prima di lei, solo rapporti adolescenziali». Uomo geloso? «Le donne come Katarina sono al servizio dell’uomo, hanno un’idea patriarcale della coppia. Fanno in modo di non farti mai dubitare della loro fedeltà. Ti danno una sicurezza impagabile. E io cerco di ricambiare». Qualcuno teorizza che la vera fedeltà è il non farsi beccare. «L’uomo animale non è monogamo. Il suo istinto è di cercare più partner per la procreazione. Manon accetto il concetto di non farsi beccare. Ipocrisia pura. Detto questo, il mio rapporto con Katarina è talmente completo che diventerebbe complicato avere altre donne. So fingere bene sul set e malissimo nella miavita. Se racconto una stronzata mi beccano sempre». Come hai conquistato Katarina? «La vedevo così impressionante, una donna di un metro e ottanta, tacco dodici. “Sarà umana?”, mi chiedevo. Le regalai una mezza mela. Lei la prese, entrò in camerino da me e mi disse: “Ce l’hai l’altra metà?”». Diabolico seduttore. «Non so se è la mia mezza mela, ma è la donna che mi dà forza ed equilibrio. Senza di lei rischierei la follia, sarei una bomba lanciata nel mondo». Un avventuriero? «Farei cose folli. Quando non avevo lei, stavo anche ventiquattr’ore fuori casa, senza dormire. Mia mamma mi chiamava “l’anima non in pace”». Un grande amore: manca solo un figlio. «Katarina mi ama e vorrebbe un figlio, stiamo costruendo una famiglia insieme. In questo momento sarebbe egoistico mettere al mondo una vita e non poterla seguire a tempo pieno. Succederà, lo so, e forse a breve. La donna ha un suo orologio biologico che fa tic tac. Quello di Katarina è già scattato». Come reagisce un uomo apparentemente solido come Alex quando tutto precipita attorno? «Ho tanti fratelli che, nei momenti bui, mi danno grande sostegno. I miei problemi peggiori arrivano dal dolore degli altri. Assorbo molto il dolore delle persone care. Quando ti senti impotente davanti alla malattia…». Raccontami. «Siamo quattro fratelli, l’ultimo a un mese dalla nascita è stato colpito da una terribile epilessia che ha lasciato danni irreparabili. È il dramma più forte della miavita. Oggi ce l’ha fatta, è vivo, un ragazzone di un metro e novanta. Ha ancora grandi difficoltà di lettura e di scrittura ma ce l’ha fatta». Quattro fratelli da soap opera? «Tutti diversi. Nel nostro caso, il dna ha pescato a destra e a manca. Io sono l’unico con occhi azzurri». Il posto dove ti senti a casa tua? «Adoro Milano. Sono un cittadino acquisito. Poi la Thailandia. Tutti gli anni io e Katarina passiamo un mese nelle isole interne». E intanto l’Italia non trova pace. «Noi, generazione dell’80, siamo stufi. Basta. La vera crisi è questo senso di non farcela più. Lasciateci in pace. Vogliamo una nuova classa dirigente. Un nome? Renzi. Lo sosterrei senza riserve, se solo riuscisse a staccarsi dalla cricca che lo immobilizza».