Agenda Renzi: subito i costi della politica

Non è il ballottaggio all’assemblea nazionale il vero incubo di Matteo Renzi. Gli ultimi due sondaggi riservati arrivati al Pd gli assegnano la vittoria. Il primo segnala un Civati in crescita, ma comunque lontano anni luce dal sindaco, che, a seconda del numero dei votanti potrebbe vincere con il 54 per cento o con il 62. Il secondo gli attribuisce il 60, mentre assegna a Cuperlo il 25 e a Civati il 15. Certo, di sondaggi si tratta, che negli ultimi anni, anche nelle elezioni vere e proprie si sono rivelati fallaci,macomunque la vittoria di Renzi appare scontata. Quello che invece impensierisce il sindaco è il numero dei votanti. La prima rilevazione su questo punto registra una «forbice ancora troppo ampia», tra un milione e 200 mila votanti e due milioni e 200 mila. Una differenza non da poco, visto che Renzi non ha mai nascosto di ritenere una «mezza sconfitta» scendere sotto il milione e mezzo di elettori delle primarie. E il fatto che il Partito democratico questa volta abbia deciso di spendere un decimo in comunicazione rispetto alle primarie dello scorso anno non aiuta. Lo stesso dicasi per il numero dei seggi, che è minore, per quelli che sono stati spostati rispetto ai luoghi tradizionali. E per quelli che sono in zone non presidiate da uomini di Renzi. Un esempio per tutti il seggio di Enna che si trova nella segreteria di Crisafulli: «Ma oggi sarò a Enna e mi dovranno sparare per non farmi entrare, questa volta non gliela lascio passare», minaccia il deputato renziano Davide Faraone. Insomma, gli occhi di tutti sono puntati su quanti andranno domani ai gazebo, con la speranza che la decisione di Prodi di andare a votare imprima una svolta da questo punto di vista. Il sindaco, infatti, vuole un «mandato forte» dal popolo delle primarie, perché intende «innescare un cambiamento rivoluzionario», anche se «so — confida agli amici — che in molti saranno in trincea e spareranno contro di me, perché hanno paura che scardiniamo il loro sistema». Ed è esattamente quello che Renzi ha intenzione di fare. Del resto, non lo ha mai nascosto: a suo giudizio non solo la classe politica, ma «tutta la classe dirigente italiana finora ha fallito». Il mandato forte serve al sindaco di Firenze per porre l’agenda non solo al Parlamento ma anche al governo. Perché, secondo i ragionamenti che vanno facendo i renziani, le leggi non dovranno più essere decise nei colloqui tra governo e Quirinale. Per dirla con il segretario in pectore del Pd «da ora in poi la parola e le decisioni tornano alla politica». Dunque, Renzi ha intenzione di proporre a Letta «patti chiari»: «Intanto dobbiamo tagliare subito i costi della politica, e dobbiamo farlo sul serio». La logica degli «annunci e dei rinvii» non va più bene al sindaco, anche perché «se il governo continua a vivacchiare il Partito democratico rischia di scomparire». Esattamente quello che non vuole Renzi, che invece intende rilanciare il Pd a vocazione maggioritaria. Letta sa bene che il sindaco non metterà in crisi il suo esecutivo. Che gli proporrà un patto e che ha accettato di arrivare fino al 2015, «sempre che si faccia qualcosa». Però si rende conto che, come scrive persino Left, il settimanale che esce con l’Unità ogni sabato, queste primarie potrebbero trasformarsi in una sorta di referendum sul suo governo. Sommando i voti di Renzi a quelli di Civati si capirebbe che gli scettici rispetto all’esecutivo con Alfano sono la maggioranza nell’elettorato del Pd. Anche per questa ragione, in fondo, Renzi dà una mano a Letta quando ribadisce che «un partitino come Ncd, che è un decimo del nostro, non può porre veti». È esattamente quello che gli elettori del Partito democratico vogliono sentirsi dire. E il sindaco è in sintonia con il popolo del Pd anche sulla riforma elettorale quando dice, in privato, ma anche in pubblico: «Non faremo quella che vuole il ministro Quagliariello, noi siamo il partito di maggioranza e noi dettiamo l’agenda». «L’importante — ha spiegato più volte il sindaco a tutti i suoi interlocutori—è fare la riforma presto, perché non abbiamo più alibi. Non ci sono più scuse questa volta, sennò la gente ci viene a prendere con i forconi». Insomma, da domani, salvo sorprese dell’ultima ora, sempre possibili con i sondaggi, il Pd avrà questo «segretariomarziano ». Il quale rassicura i «Democrat »: «Mi farò carico di ascoltare le ragioni altrui». E ancora: «Non caccerò certo i capigruppo ma chiederò loro se vogliono collaborare con me». Agli occhi di tanti Pd vecchio stile sono meno rassicuranti altre dichiarazioni del sindaco: «Non prenderò casa a Roma: è a poco più di un’ora da Firenze ». Tanto sembra che Renzi conti di passare nella Capitale due notti al massimo. Lui non vuole stare «chiuso nei palazzi romani» ma «in mezzo alla gente» e vorrebbe che tutti i dirigenti del Pd seguissero il suo esempio.