Adozioni bloccato in Congo: Parla il prete che custodirà i bambini degli Italiani

http://e-daidalos.com/?p=compare-and-contrast-essay-research-paper By on 12 gennaio 2014
Cattura

http://hfcmm.org/news.php?q=omnifocus-alternative C’è la mamma che va ripeten- Jg do: «Avevo promesso alle bambine che non avrebbero mai più dovuto tagliare i capelli come le costringevano a fare in orfanotrofio. Adesso come faccio a spiegare loro che succederà di nuovo?». C’è il papà che ricorda: «Julian, 7 anni, è rimasto con me e mia moglie per 50 giorni. Giocavamo tutto il giorno. Facevamo i puzzle, le costruzioni, coloravamo ». E un’altra mamma aggiunge: «Il nostro Simòn non vedeva l’ora di conoscere i nonni visti in foto e su Internet. E adesso…». Adesso dovrà aspettare e non si sa per quanto. Perché mamma e papà, così come altri 46 genitori adottivi italiani, dopo due mesi di attese e speranze in Congo con i loro bambini, ora devono rientrare in Italia. Tutti, senza eccezioni, entro il 21 gennaio, data in cui scadono gli ultimi visti, I loro figli no: in 32 restano a Kinshasa, privi di quel timbro sul passaporto che il governo congolese ha deciso per il momento di negare loro. Adozioni bloccate per il timore che i bambini finissero a coppie gay, come accaduto in Canada. Data prevista di riapertura: 25 settembre. «Ma noi speriamo si sblocchi tutto in un paio di mesi. Abbiamo ottenuto che i bimbi fossero affidati almeno a una onlus italiana d’accordo con genitori ed enti coinvolti», spiega Cristina Nespoli, presidente di Enzo B., ente torinese che affianca sei di queste coppie. La scelta è caduta sulla casa famiglia di don Matteo Galloni, fondatore di Amore e Libertà onlus. «Siamo in Congo dal 1995, in un quartiere periferico della capitale, una baraccopoli da 80 mila abitanti », racconta. E, con una scuola da 900 allievi e un istituto che già ospita 30 piccoli congolesi, la onlus è davvero un faro in un mare di disperazione. «Non esistono bambini di serie Aedi serie B. I ragazzi che accogliamo vengono trattati come in una vera famiglia, io mi sento il loro papà. Molti, una volta cresciuti, si sono laureati. Alcuni vivono in Italia, altri lavorano a Londra». Quanto dovranno restare in Congo i piccoli adottati ancora non si sa. «Gli accordi», conclude il sacerdote, «sono in fase di definizione con l’ambasciata. Intanto i bambini andranno a scuola e insegneremo loro l’italiano». Il distacco, spiega Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. (Amici dei bambini), altro grande ente coinvolto, è stato tremendo. «Un équipe di psicologi segue i piccoli Ma era inevitabile: il Congo è uno Stato sovrano, ha tutto il diritto di fare verifiche sulla destinazione dei bimbi. Bisogna solo attendere che la situazione si sblocchi». Quando, non è dato sapere. Il governo italiano si sta muovendo per via diplomatica. «Ma perché non intervenire anche per via legale?», si chiede l’avvocato Piefrancesco Torrisi, che assiste alcune delle famiglie rimaste prigioniere di questo incredibile garbuglio. Perché una cosa è chiara: le coppie italiane non hanno violato alcuna norma. «Ci sono due punti fermi», continua il legale, «il provvedimento della Commissione adozioni internazionali, che autorizza le adozioni, e un secondo atto del Tribunale della pace di Kinshasa che attribuisce ai bambini il cognome delle coppie che li hanno adottati ». Entrambi sono definitivi e validi: «Salvo errori», spiega Torrisi, «nessuno è stato impugnato dal governo congolese, che ha deciso contro i suoi stessi giudici. Perché non vengono coinvolti anche gli organismi internazionali come le Nazioni Unite e FUnione Europea? Viste le condizioni terribili dei bimbi si configurerebbe anche una violazione della Dichiarazione dei diritti del fanciullo». Quei fanciulli che adesso restano di nuovo soli. «La storia si conclude peggio di comera iniziata e posso solo immaginare con quale strazio quei genitori lasciano i figli», commenta lonorevole Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia, che proprio sulle pagine di Gente aveva lanciato l’allarme sulle adozioni difficili. «In questa storia non ci si pronuncia nemmeno più sui tempi di risoluzione. Ma intanto occorre sostenere economicamente le famiglie dalle quali ormai i bambini dipendono. Palazzo Chigi potrebbe pensare a un fondo di solidarietà sia per finanziare il rientro dei genitori sia per il mantenimento dei figli adottivi in questa fase transitoria». E poi, che succederà? «Coppie di altri Paesi sono già ripartite dal Congo con i loro figli», continua la Brambilla. «La mia impressione è che oggi l’Italia non abbia una politica della adozioni e che troppo spesso si presenti con più voci dove bisognerebbe averne una sola». Cécile Kyenge, ministro dell’integrazione e presidente della Commissione adozioni intemazionali, grande accusata di queste settimane, in parte concorda: «Le procedure per le adozioni di sicuro vanno snellite, occorre semplificare la burocrazia e ridurre i tempi». Tornando al caso Congo? «Come istituzione », spiega il ministro, «ho l’obbligo di dare risposte a quei bambini e alle loro famiglie». Il lavoro diplomatico di queste ore è febbrile e silenzioso: «Stiamo cercando un contatto forte con le autorità locali e soprattutto aspettiamo a giorni il ministro della Famiglia congolese così che partano i controlli post-adozione sulle famiglie italiane, punto fondamentale ». Non solo: «Dall’inizio di gennaio è stata creata una task force ad hoc in ambasciata a Kinshasa per capire come sbloccare la situazione. Lavoriamo senza sosta». Eppure i genitori sono costretti a rientrare: «Ahimè, non è stata una scelta. Ora però la priorità è una: rispondere al dramma di bambini e coppie prostrate psicologicamente». Famiglie innocenti finite in un pasticcio internazionale.

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