Adozioni bloccate e ora violenze «Aiutateci a tornare con i nostri figli»

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Ogni volta sembra che peggio di così non possa andare. E invece no. Un giorno dopo l’altro succede qualcosa che li costringe ad abbassare sempre più la soglia della speranza. Parliamo dei nostri connazionali in Congo, le 24 coppie di italiani partiti più o meno tutti a metà novembre per andare a prendere bambini già adottati che però adesso la repubblica dell’ex Zaire ha deciso di non far più uscire dal Paese. Senza visti perché scaduti, senza passaporti perché consegnati per le pratiche dell’adozione, senza biglietti aerei di ritorno perché dopo tanti rinvii adesso i primi voli disponibili sono oltre metà gennaio, e soprattutto: senza certezze sui tempi che servono per sbloccare la situazione, i genitori italiani ieri hanno aggiunto angoscia ad angoscia. Alcuni di loro hanno sentito gli spari, sicuramente tutti hanno saputo degli scontri fra i ribelli e le forze governative, dei morti all’aeroporto, al campo militare e alla tivù di Stato, di una situazione di alta tensione e di rischio. «Dalla Farnesina ci hanno contattato per dirci di rimanere in casa» dice al telefono da Kinshasa Luca Aloisio, uno dei padri adottivi. «Una mamma aveva un volo in partenza per tornare in Italia ed è saltato. La situazione di instabilità del Paese è per noi un’incertezza in più, come se non bastasse tutto il resto…». C’è sconforto anche nella voce di Marco Griffini, presidente dell’associazione Amici dei bambini, una delle tre che si sta occupando delle adozioni congolesi. «Anche questa…» sospira Griffini, «proprio non ci voleva… a questo punto, mi creda, non sappiamo più che cosa dire né cosa fare». Richieste d’aiuto, questo sì. Ancora una volta al Papa, per esempio. «Crediamo che il governo italiano possa fare di più e che il Papa possa intervenire» ha detto ai microfoni di Radio Vaticana Massimo De Toma, dal 13 novembre a Kinshasa con la moglie Roberta. «Dopo gli scontri armati di oggi (ieri, ndr) siamo molto preoccupati per noi e per i nostri figli. Noi vogliamo solo tornare in Italia con loro. A questo punto vorremmo un’azione forte perché qui non siamo più sicuri». Non si esce più di casa per il timore di nuove sommosse, ma a dire il vero se anche non ci fossero sarebbe comunque rischioso avventurasi per le vie della capitale: sono frequenti i controlli di polizia e senza il rinnovo del visto ogni italiano è un clandestino quindi potrebbe essere arrestato. Inutile dire che un eventuale arresto potrebbe escludere per sempre la possibilità di avere un figlio congolese. «È un disastro» riassume ancora Aloisio. «Dobbiamo per forza tornare indietro e senza bambini, siamo obbligati dai fatti. Io non mi arrenderò mai ma non voglio passare dalla parte del torto commettendo un reato, cioè restando qui senza visto che nessuno ha intenzione di rinnovare. Ci hanno fatto capire che possono tollerare la nostra presenza ancora qualche giorno. Ci stiamo un po’ tutti organizzando. Io ho prenotato il primo volo possibile: il 21 gennaio». La sospensione delle adozioni internazionali, dichiarata a settembre per un anno dal governo di Augustin Matata (che avrebbe scoperto casi irregolari per alcuni Stati occidentali) all’inizio sembrava non valere per le pratiche già concluse come quelle italiane. Errore. Che però i genitori italiani hanno scoperto soltanto al loro arrivo in Congo, un mese e mezzo fa. In un’altalena di rassicurazioni e docce fredde, le settimane sono passate senza che di fatto si facesse nessun passo avanti, nemmeno con la missione a Kinshasa di una delegazione italiana mandata dal nostro governo. Niente da fare: i congolesi vogliono rivedere daccapo, ad una ad una, le pratiche di adozione e per farlo le hanno sospese tutte, già concluse oppure no. E invieranno a loro volta una delegazione in ciascuna delle nazioni che ha procedure adottive aperte. Dopodiché si vedrà. Il premier Enrico Letta, che la vigilia di Natale aveva chiamato il presidente Matata per cercare di «risolvere positivamente» la questione, ieri ha ribadito di essere «vicino alle famiglie italiane» e di «lavorare da settimane » per risolvere la vicenda. Con un comunicato si spiega che sono due gli impegni presi dalle autorità di Kinshasa verso il nostro Paese: «Velocizzare il riesame delle adozioni disponendo che i casi italiani siano verificati per primi» e «consentire alle famiglie che nell’attesa decideranno di rientrare, di stabilire dove (in Congo) potranno essere ospitati i propri figli». Tornare in Italia senza bambini: lo scenario peggiore che con il passare dei giorni è diventato una quasi-realtà. «Oggi ci hanno comunicato che le adozioni resteranno chiuse almeno fino a settembre-ottobre 2014» hanno spiegato Michela e Andrea Minocchi in una chiamata drammatica a casa, a Macerata. Erano partiti due mesi fa con la felicità di chi finalmente vede realizzato un sogno inseguito per anni «dopo tanta attesa e tante delusioni» racconta la sorella di lei, Francesca. Avevano già provato con un’adozione in Camerun «ma quella possibilità era sfumata e avevano ricominciato tutto daccapo». Molta amarezza, la tristezza infinita del distacco da bambini che si sono sentiti protetti e coccolati per mesi e che si sentiranno abbandonati qualunque parola si dica per spiegar loro che mamma e papà torneranno a prenderli. Un dramma per tutti ma nessuna resa. «Sono i nostri figli, la loro vita è assieme a noi» ripetono come fosse un lasciapassare. Tenacia. La stessa che prova a trasmettere la ministra degli Esteri Emma Bonino quando dice: «Non demordiamo. Facciamo il massimo con grande insistenza e determinazione, giorno per giorno, essendo inteso che la situazione non è facile».