Accordo Wto vicino, l’ultimo scoglio di Cuba

Quasi vent’anni dopo l’ultima grande liberalizzazione del commercio internazionale, ieri sera, a Bali, 159 Paesi erano ancora impegnati per trovare un accordo sulla facilitazione degli scambi che potrebbe incrementare di mille miliardi di dollari il movimento di merci e servizi. E dopo oltre 12 anni, il famoso Doha Round—i negoziati lanciati all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2011 per sostenere l’economia, soprattutto dei Paesi poveri — rimane, seppure ridimensionato rispetto alle aspettative, nell’incertezza. Cosa altrettanto rilevante, l ’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) è in bilico. In gioco è il suo ruolo di forum per l’apertura dei mercati, che il suo direttore generale, il brasiliano Roberto Azevêdo – alla guida dell’organizzazione dallo scorso 1° settembre – sta difendendo strenuamente. Dopo quattro giorni di trattative dure, durante le quali più volte era sembrato che la conferenza di Bali stesse per fallire e bloccare per chissà quanto tempo lo sviluppo del sistema multilaterale del Commercio, ieri si era arrivati vicino all’accordo. L’India – che si opponeva, praticamente isolata, in quanto voleva garanzie sul mantenimento del suo programma di distribuzione sussidiata di alimenti ai poveri – accettava un compromesso. Superata quell’opposizione, però, Cuba ha sollevato problemi: tra l’altro ha condizionato la sua firma alla fine dell’embargo decennale che gli Stati Uniti mantengono nei confronti dell’Avana. Richiesta non ottenibile ma che ha trovato appoggi da Venezuela, Bolivia e Nicaragua. A quel punto, le trattative sono entrate in tensione e sono proseguite nella notte. L’accordo prevede una serie di regole vincolanti che dovrebbero semplificare le procedure di import e di export alle frontiere e quindi facilitare gli scambi. In teoria, ciò dovrebbe stimolare il commercio e le economie: il reddito globale potrebbe beneficiarne per oltre mille miliardi di dollari, con la creazione di decine di milioni di posti di lavoro – secondo l’americano Peterson Institute. Inoltre, l’accordo è fondamentale per la Wto, una delle grandi istituzioni internazionali, erede del Gatt istituito negli accordi di Bretton Woods del 1944: se fallisse, perderebbe peso e ruolo. E con essa l’approccio multilaterale, cioè il sistema che mette sullo stesso piano tutti i Paesi, senza alleanze bilaterali o di blocco, senza esclusioni che creano tensioni commerciali che poi diventano diplomatiche e politiche. Azevêdo, eletto nei mesi scorsi proprio con il compito di rilanciare la Wto, ha tolto dal tavolo i dossier che bloccavano le trattative del Doha Round. Ha prodotto un testo minimo: uno dei maggiori economisti esperti di scambi, Jagdish Bhagwati, l’ha definito «Doha-Lite e decaffeinato ». Ma sufficiente per tenere aperto il tavolo multilaterale. Ciò nonostante, le divergenze sono state fortissime. Stati Uniti, Ue, Cina, Brasile e Russia e molti Paesi emergenti hanno ritenuto che il sistema multilaterale andasse difeso. Alla fine, l’India è stata convinta. Ora si tratta di vedere cosa succederà nella notte balinese.