Confindustria boccia la manovra Letta: non sfascio i conti pubblici

«Non si può dire che la recessione è finita e che c’è la ripresa perché i danni di questa crisi sono quelli di una guerra». Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi critica ancora l’azione di governo e chiede un «cambio di passo e registro», di agire con rapidità e coraggio nel realizzare le riforme. Boccia ancora la legge di Stabilità – «siamo tornati ai tempi delle vecchie finanziarie» – e ricorda di aver avuto ragione quando a Napoli ai primi di ottobre la definì una «porcata». E mentre il Centro studi di viale Astronomia riassume i numeri di questa guerra – Pil in calo di 9,1 punti dal 2007, 7,3 milioni di senza lavoro, debito pubblico al 130%, tasse evase salite a 190 miliardi di euro – Squinzi chiede al premier Enrico Letta di «usare il linguaggio sovversivo della verità, che sta oggi in questi numeri » come ebbe a dire nel suo primo discorso in Parlamento. Da Bruxelles Letta risponde subito alle critiche degli imprenditori. «Io ho la responsabilità di tenere in equilibrio la barca dell’Italia – dice appena arrivato al vertice europeo – voglio che ci siano gli strumenti per la crescita senza sfasciare i conti pubblici, Confindustria dovrebbe essere la prima a sapere che tenere i conti a posto vuol dire far calare lo spread che oggi è arrivato a 219 punti, il più basso negli ultimi due anni e mezzo». Lo scontro, la differenza di visione tra Palazzo Chigi e gli imprenditori è ormai netto. Squinzi replica poco dopo spiegando come «noi non abbiamo chiesto certo di sfasciare i conti, il nostro obiettivo è di allocare le poche risorse che ci sono in questo momento per non sfasciare il Paese». A pochi giorni dalla approvazione della legge di Stabilità (prevista per lunedì), la tensione nel mondo dei produttori – ma anche il sindacato non scherza, per il leader della Cisl Raffaele Bonanni «siamo in una condizione da Weimar» – è in fase crescente. Forse per questo interviene anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, durante il suo discorso alla Conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, trova il modo di difendere la stabilità economica. «La riduzione della spesa pubblica, affidata piuttosto che ad automatismi a un’accurata revisione e selezione – ha spiegato – è una necessità oggi non contestabile né differibile». E, riferendosi all’Europa, ha stigmatizzato come essa «si confronta con pulsioni e pressioni volte a scardinare il senso più profondo del patto solidale ». «Si spingono così parti non trascurabili dell’opinione pubblica – ha continuato il Capo dello Stato – ad identificare in esso, emotivamente più che razionalmente, le cause principali del diffuso disagio sociale». Un riferimento alla società fatto anche da Squinzi: «La riduzione del benessere e la mancanza di crescita portano allo svilimento della democrazia e all’imbarbarimento della convivenza sociale, questa spirale va spezzata e la crescita economica è una potente via per farlo». Il disagio nel mondo dei produttori è diffuso. Ieri anche il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti ha scritto una lettera aperta a Enrico Letta per criticare nel suo complesso tutta l’azione di governo sul fronte delle scelte di politica economica. La distanza tra la galassia degli imprenditori, dei lavoratori e quella della politica non è mai stata così forte. Sostiene Squinzi che «c’è una piega drammatica assunta dall’economia e dalla società italiana, eppure la reazione della politica è come se il messaggio fosse non pervenuto ». E’ da luglio, quando il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni cominciò a cavalcare la tesi dell’ottimismo con la luce in fondo al tunnel, che sindacati e imprenditori presero una strada diversa. Come se non bastassero le cifre esposte dal Centro studi di Confindustria, ieri anche l’Istat ha dipinto un Paese in forte sofferenza: «Italia tra i Paesi più vecchi al mondo, dove i matrimoni falliscono sempre di più, aumentano i depositi bancari e il numero dei disoccupati, nascite al palo e il 72,4% delle famiglie (in leggero calo) è proprietario della casa in cui vive»